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sabato 4 maggio 2013

La Truzzeide -cap.5: Il migliore amico del Truzzo


Non voglio tergiversare, anche se un po’ suspense sarebbe opportuna: il Truzzo ha un cane.
L’ha preso lo scorso autunno, quando ha smontato il gazebo.
Un bel giorno è arrivato con un cucciolo, e quando l’ho visto zampettare sulla terrazza, accompagnato dai gridolini di entusiasmo della Truzza e dagli inviti a giocare del Truzzino, ho avuto un calo improvviso di pressione.
Mi sono immaginata scenari apocalittici, nei quali il cane truzzo abbaiava senza motivo per ore, sempre durante le mie penniche, o di notte, nell’indifferenza dei padroni, o addirittura incitato da loro ad aggravare la situazione di molestia che l’intera famiglia è in grado di creare anche senza quadrupedi.
Invece no, il cane truzzo si è rivelato di una levatura culturale ben superiore a quella dei padroni: non abbaia mai, al più emette qualche suono di soddisfazione quando gli tirano una pallina o attende la ciotola del cibo. 
A volte ho persino l’impressione che quel suo certo girare intorno alle gambe dei Truzzi mentre schiamazzano, sia una sorta di danza di disapprovazione che attua nel tentativo di educare i padroni, purtroppo senza alcun successo.
Quindi, passati i primi giorni di terrore, il cane truzzo ha guadagnato tutta la mia stima.
A voler essere onesti, il cane è truzzo solo nell’aspetto, perché nei comportamenti pare invece creatura di un certo spessore, di notevole acume e profondamente simpatica.
Si tratta di un maschio di pastore tedesco bonsai, di corporatura robusta e brevilinea, che fa pensare che il sangue del nobile antenato lupo sia stato stemperato nel tempo da generazioni di attrazioni fatali. 
Il muso affilato è sovrastato da due grosse orecchie da pipistrello in grado di assumere geometrie insolite, le gambe sono corte e piuttosto storte, la coda -seppur mobilissima- è una specie di cordolo con poco pelo raso.
Da amante dei cani lo apprezzo, ma onestà intellettuale impone di dire che la sua bellezza è alquanto soggettiva.
Diciamo che è un tipo.
Durante i primi giorni dopo il suo arrivo, il Truzzo e la Truzza hanno discusso a lungo per decidere il nome. Il Truzzo si è orientato su Skorpion, e la cosa non mi ha per nulla sorpresa: uno che chiama il suo primo figlioletto Morgan, non può che avere un cane con un nome coerente.
La Truzza, invece, in un moto di sobrietà che evidentemente non ha avuto quando s’è trattato di dare un nome al figlio, ha insistito molto per Pippo, che se non brilla per originalità, almeno è un nome da cane e non da killer sociopatico.
Dopo animate trattative, hanno deciso, a dispetto di ogni manuale di educazione canina, che ciascuno l’avrebbe chiamato come preferiva. 
Il cane se n’è fatto subito una ragione e ha sempre risposto a entrambi: sono convinta che di come lo chiamino loro lui se ne freghi altamente, poiché il suo nome lo sa benissimo, e che li lasci fare, consapevole della sua superiorità.
Ritengo che il cane dei Truzzi dentro di sé si chiami Gianmaria.
In ogni caso, era evidente che il Truzzo si fosse preso Skorpion/Pippo/Gianmaria per farne un feroce cane da guardia, se non da combattimento, oltre che una buona compagnia quando traffica in garage per realizzare qualche grande opera avveniristica mentre il Truzzino è alla scuola materna.
Gianmaria invece si rivelato subito refrattario a qualsiasi tentativo di addestramento.
Per tutto il mese di settembre e per buona parte di ottobre, il Truzzo si svegliava di buon’ora, faceva fare un giro al cane nel giardino condominiale -senza raccogliere mai nulla, finché qualcuno non gliel’ha fatto notare, forse lo stesso Gianmaria- poi trascorreva qualche ora a promettergli bocconcini prelibati se lui si fosse seduto, accucciato, steso, alzato, girato, messo a pancia all’aria, o avesse riportato oggetti a comando, secondo un sistema di ordini in tedesco. Forse lo riteneva di madrelingua teutonica.
Tutto questo con in mano un dizionario essenziale Truzzo/Cane, che consultava in continuazione, bestemmiando qua e là per non perdere l’abitudine.
A volte Gianmaria assumeva una certa posizione prima che il Truzzo gli avesse dato il relativo comando, costringendolo ad andare a verificare a posteriori sul dizionario come si dice in tedesco quello che il cane aveva fatto per conto suo.
Scena tipo: Gianmaria si metteva seduto, il Truzzo: “Che caz... -sfogliava il libretto di istruzioni per cani- ah, sì: Skorpion sitz!”. Gianmaria lo guardava traboccante di affetto, ma anche con una certa commiserazione, restava immobile finché il Truzzo non appariva soddisfatto del comando postumo, poi si alzava, si girava e gli portava una palla. Il Truzzo: “ ‘spetta...sì, no, ah ecco: Skorpion bring! Bring la pallina, bravo cane!”.
Così per più di un mese, finché Gianmaria non s’è scocciato di far giocare il padrone ed ha preso ad andare in giro da solo.
Tutto è avvenuto in modo molto casuale. Il Truzzo si era portato Gianmaria in garage e mentre era concentrato a mettere a punto qualcosa di determinante per l’umanità -forse una macchina in grado di viaggiare nel tempo- il cane, che stava esplorando il giardino condominiale, ha trovato il cancello aperto ed è andato a fare due passi fuori. 
Solo che è rimasto in giro per sei ore.
É stato un pomeriggio di panico generale, con il Truzzo che gridava disperato “Skorpion” da una parte all’altra dell’isolato con voce stentorea, la Truzza che è tornata dal lavoro e ha preso a insultare il marito, il Truzzino che piangeva e buona parte del vicinato mobilitata alla ricerca di un cane che in realtà nessuno aveva mai visto, perché prima di allora nessuno si era preoccupato di portarlo fuori dal giardino condominiale. 
Nel giro di un paio d’ore l’intera zona era tappezzata di fotografie di Gianmaria, che peraltro non rendevano pienamente giustizia alla sua bellezza fuori dai canoni.
Era passata ormai l’ora di cena quando Gianmaria è tornato, tranquillissimo, scodinzolando con quello scopino secco che si porta dietro, ha reclamato i croccantini e, nonostante il pistolotto durissimo del Truzzo, non ha mostrato il benché minimo rimorso.
Credo che questo abbia convinto i Truzzi a inserire al cane il microchip di riconoscimento, ma non ha impedito a Gianmaria di andarsere per i fatti suoi ogniqualvolta trova il cancello aperto.
Lo si incontra spesso da solo ai giardinetti, mentre socializza con estrema cortesia con altri cani, o lo si vede annusare misteriose piste tra i palazzi del quartiere, mentre svolge indagini alla ricerca di qualche gatto -che poi non insegue, ma si limita a guardare muovendo la coda.
Sono i suoi momenti di decompressione, quegli spicchi di quiete e civiltà che si ritaglia per sopportare la convivenza con i Truzzi.
Anzi, io credo che Gianmaria sia una creatura superiore che sta scontando una terribile retribuzione karmica con questi padroni evidentemente inadeguati a lui, e che lo scopo della sua esistenza sia quello di mostrare loro cosa significa stile, buona creanza, rispetto per gli altri.
Penalizzato da una nascita plebea, nasconde un animo nobilissimo e, a guardarlo con attenzione, se si prescinde da alcuni dettagli ai quali con il tempo si fa l’abitudine, è anche un gran bel cane.





-continua-

<Trattandosi di opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale>

domenica 3 marzo 2013

La Truzzeide- cap.4: Solo chi ha il caos dentro di sè può generare una terrazza


A meno che non si tratti di una installazione permanente o di un opificio en plein air di sperimentalismi dadaisti, la terrazza del Truzzo è quanto di più rappresentativo della teoria del caos mi sia dato di conoscere.
Prima dell’arrivo del Truzzo credevo che le tre massime espressioni del disordine fossero la mia cabina amadio, il ripostiglio dell’ingresso e il cassetto della cucina che abbiamo chiamato the last beach perché contiene tutto ciò che in casa sfugge a qualsiasi tentativo di classificazione, perciò è sempre l’ultimo posto dove andare a cercare gli oggetti introvabili altrove - e se non sono nel cassetto last beach li diamo per persi.
Dopo aver visto la terrazza del Truzzo, tuttavia, mi sono resa conto che anche attribuendo elevatissimi livelli di entropia ai posti che ho menzionato, anzitutto in ciascuno di essi è possibile individuare alcune macro-categorie di elementi appartenenti al medesimo campo semantico, in secondo luogo il disordine segue una sorta di mappa lineare di tipo ricorsivo, prevedibile, benché in grado di evolversi all’infinito se non si procede periodicamente a porre fine al ciclo.
La terrazza del Truzzo no: ciò che vi fa bella mostra di sé non possiede alcuna logica, è del tutto imprevedibile e si evolve in uno spazio di fasi dotato di estrema libertà secondo orbite inafferrabili, che sembrano convergere ora qua, ora là in punti della terrazza che rappresentano attrattori più che strani. 
Direi proprio stranissimi.
Si tratta infatti di un sistema complesso, nel quale le singole parti - cioè l’accozzaglia di mobiletti, oggetti e attrezzi vari che vi sono depositati- sono interessate da interazioni non lineari, locali, di breve raggio d'azione, che provocano cambiamenti nella struttura complessiva, mutando talvolta anche la loro originaria destinazione, il tutto in modo così imprevedibile da consentire alla scienza solo di rilevare dette modifiche, senza però poter formulare previsioni certe sullo stato futuro del sistema- terrazza-del-Truzzo considerato nella sua totalità.
A partire dalle interazioni tra i singoli componenti del sistema, capita di frequente che emerga un comportamento globale non previsto dallo studio delle singole parti, per cui improvvisamente, da una disposizione apparentemente caotica, per esempio di tubi di ferro, teli, fili di plastica, emerge per qualche tempo un gazebo, che ben presto si trasforma in una struttura che assomiglia a un ultraleggero, ma che probabilmente viene usata come ripetitore FM. 
Semplificando, e cercando di definire le condizioni al contorno, si può ricavare il seguente modello, basato su un sistema di equazioni differenziali:


Il modello però non funziona che d’inverno, quando gli oggetti sulla terrazza sono in numero molto ridotto rispetto alla bella stagione e risultano visibili dalla mia posizione privilegiata.
Da un punto di vista filosofico, la terrazza del Truzzo può considerarsi riproduzione emblematica del cambiamento inerente a qualsiasi esistenza fenomenica, è l'allegoria dell’impermanenza, ma allo stesso tempo possiede una dimensione patafisica, in quanto raccolta di eccezioni che disgregano qualsiasi affezione a modelli ordinari di terrazze.
Infine, se la rappresentazione mentale corrispondente al significante terrazza ci riconduce a luoghi dai quali è possibile godere di vedute dall’alto -di affascinanti panorami urbani come di spettacoli naturali- è bene sapere che la terrazza del Truzzo è situata a un piano rialzato, si affaccia su un cortile interno e gode di una magnifica prospettiva sulle porte automatiche di alcuni garage. 
E’ inoltre completamente circondata da palazzi, non altissimi, ma pur sempre stabili di due o tre piani. 
Sulla terrazza sono assiepati anzitutto sette armadietti di plastica, di dimensione, colore e foggia diversa, che non ho mai visto aprire, ma che hanno assunto svariate disposizioni, sia in orizzontale, sia in verticale, sia in una sorta di emiciclo di dolmen. 
Su di essi si sono alternati tinozze, scatoloni, palette, attrezzature da spiaggia, provviste confezionate, scarpe, una strana turbina, uno pneumatico, alcuni tubi di diversa lunghezza, una pompa da bicicletta, una pompa da canotto, dei cappelli, stivali di gomma, rubinetteria varia, un anemometro artigianale, talune pedane, un triciclo, un’antenna parabolica, un porta parrucche, un trasportino per animali, una piccola arnia e altre cose che non ricordo. 
Tutto questo- vorrei sottolinearlo- sopra i mobiletti, poiché la terrazza del Truzzo sviluppa caos tridimensionale.
Altra struttura stabile è un divano, di stoffa, di quelli imbottiti, da interno. Se piove viene coperto, se nevica forma un tumulo e tocca spalare per liberarlo. 
Il terzo elemento fisso è un dondolo, che tuttavia non viene usato perché non dondola. Non gli vengono messi neanche i cuscini d’estate. Credo che abbia una funzione decorativa, o venga utilizzato come stendino supplementare, oltre ai due che già ci sono di serie.
Ci sono inoltre due tavolini, sei sedie che recano il logo di un ristorante cinese, due o tre secchi, una pala, un rastrello, dei tubi innocenti, svariati giochi del Truzzino, un ombrellone, un barbecue di metallo con carrello, dei mattoni, un decespugliatore, una casina per uccelli -l’unica cosa che dovrebbe stare in alto, invece è sul pavimento- delle scope, un comodino, un asse da stiro e un attaccapanni a stelo.
Questo per quanto riguarda la dotazione standard, che ovviamente varia a seconda del clima e della stagione e non ha una posizione fissa. 
A questa si aggiungono elementi in transito, sulla cui natura è lecito fantasticare secondo l’indole e l’esperienza di ciascuno: se siamo in grado di pensarli, essi prima o poi si manifestano sulla terrazza del Truzzo, in una continua strabiliante epifania.
In estate la terrazza assume una fisionomia affatto particolare grazie al gazebo, del quale mi riservo di parlare nel dettaglio più avanti. Anticipo solo che sotto il gazebo viene sistemato un televisore, con tutti gli accessori del caso.
E’ chiaro che la gestione della terrazza è estremamente impegnativa e tiene occupato il Truzzo quotidianamente, quali che siano le condizioni atmosferiche.
La manutenzione ordinaria si concentra soprattutto in un turnover degli oggetti sopra gli armadietti e nella disposizione diversa dei materiali più leggeri, forse  in un onesto tentativo di mettere ordine, che tuttavia sortisce il curioso effetto di incasinare sempre di più. 
Alcuni pezzi finiscono in garage, ma per liberare lo spazio necessario ad accoglierli, quelli che sono in garage vengono spostati in terrazza: è così che compaiono improvvisamente degli sci, un canotto, una scatola di attrezzi, delle taniche di olio da motori, dei rotoli di tela cerata e dei pattini roller.
Nei cambi stagionali si assiste invece alle manutenzioni straordinarie, durante le quali viene modificata la disposizione degli armadietti, orientato diversamente il divano, spostato il dondolo e vengono allestiti, a seconda dei casi, o una zona pranzo, o un deposito di oggetti temporaneamente dismessi dalla zona pranzo. 
L’impianto elettrico viene messo a norma allo spuntare delle prime gemme in primavera e disinstallato con le prime piogge autunnali, in coincidenza con gli equinozi, benché i festoni natalizi restino appesi tutto l’anno.
La logica truzza vuole che su una terrazza di una quarantina di metri quadrati, invero occupata per buona metà da armadietti, divani e paccottiglia varia, non ci sia neppure un vaso di fiori.
In tutto questo avvicendamento, tuttavia, c’è un unico oggetto che non viene spostato mai: si tratta di una sorta di anfora etrusca, non molto più grande di un bollitore d’acqua, posta quasi al centro della terrazza.
Non so se venga usato come pluviometro empirico, o se rappresenti un’offerta rituale a qualche divinità del Valhalla, ma è come se esprimesse una sorta di ombelico, un fulcro energetico, un simbolo di stabilità in mezzo al delirio.
Devo ammettere che anche per me, ogni volta che mi affaccio e mi si palesa uno scenario nuovo sulla terrazza del Truzzo, la presenza di quel vaso è ragione di serenità, perciò è su di esso che mi concentro, lasciando i mobiletti, il divano e tutto il resto sfocati sullo sfondo.

 -continua-

<Trattandosi di opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale>

Desidero ringraziare il mio Brother in Blog, Marco "Popinga" Barozzi, per l'indispensabile contributo nella descrizione del comportamento caotico del sistema-terrazza-del-Truzzo e per lo sviluppo della relativa equazione. In matematica sono una capra, lui invece è uno scienziato vero, oltre che un ottimo scrittore. 


sabato 2 marzo 2013

La Truzzeide- cap.3 : Il trasloco


Coma abbia fatto il Truzzo a traslocare resta un mistero.
Con tutto che al loro appartamento si accede solo passando dal cortile condominiale - quindi sotto la mia finestra- io non ho visto portare nulla in quella casa, a parte la cucina.
Sono certissima che la casa non fosse già ammobiliata, perché conoscevo il precedente inquilino e so che l’ha lasciata completamente vuota.
Non ho visto nessun tipo di operaio edile lavorare a quell’alloggio, non ho sentito nulla che potesse preannunciare il disastro di questi nuovi vicini e come ne ho avvertito la presenza, loro erano già insediati con tutte le loro cose.
Dubito che abbiano portato i mobili nottetempo e l’unica ipotesi plausibile è che  li abbiano depositati in casa un po’ alla volta, trasportandoli a pezzi con la loro mostruosa utilitaria rosa con le decalcomanie psichedeliche -che non passa certo inosservata- e tutto questo mentre io non c’ero, o me stavo in cuffia.
Insomma, non mi sono accorta di nulla.
Sotto certi punti di vista la faccenda depone a favore della mia dichiarata riservatezza, ma sotto altri delinea o un mio preoccupante rincoglionimento, o una sinistra capacità del Truzzo di colonizzare un ambiente senza darlo a  vedere fino a quando non sarà troppo tardi per porvi rimedio. 
É vero, ho sentito vociare sia il Truzzo che la Truzza, ma in un secondo momento, cioè mentre già sistemavano ciò che avevano portato in casa a mia insaputa.
E quando hanno dato di bianco? quando hanno sistemato l’impianto elettrico,  cambiato i sanitari del bagno, sostituito le piastrelle scheggiate, aggiustato i battiscopa? Insomma, quando hanno eseguito tutti quei lavori che normalmente si fanno quando si prende possesso di un’abitazione nuova?
Durante i primi giorni di insediamento, solo il Truzzo abitava di fatto nell’appartamento e la Truzza si manifestava di tanto in tanto, di solito accompagnata dal padre benefattore, gridando garrula a tutto il vicinato che mancavano una volta una maniglia, un’altra la tenda della doccia, un’altra ancora due attacapanni: dettagli irrilevanti. 
Mai una parola su una eventuale libreria, su un armadio -spazi che a me non bastano mai- non una volta un cenno a un divano o al talamo nuziale. Nulla.
Non so se mi abbiano voluta depistare intenzionalmente, ma sta di fatto che un bel giorno me li sono trovati a far casino sotto la finestra in uno strano gioco del quindici tra le stanze interne e la terrazza, dove vedevo comparire e scomparire a turno mobili che non avevo idea di come, né di quando vi fossero arrivati. Un momento vedevo in terrazza un tavolino da salotto e una scarpiera, un attimo dopo erano scomparsi ma in compenso c’era un divano, che spariva poco dopo per lasciare il posto a sei sedie e così via; un giorno è comparso in terrazza anche un enorme canotto gonfio.
Tutto questo con una predilezione per le ore del primo pomeriggio, quelle durante le quali, d’estate, io amo fare la pennica.
Come appoggiavo la resta sul cuscino, con il ventilatore sparato in faccia, ecco che loro cominciavano a trapanare e a spostare mobili, gridando tra loro con una forma di call-and-response che neanche nei campi di cotone dell’Alabama, solo molto meno blues e assai più truzza. 
La squadra che lavorava sotto il sole cocente del meriggio estivo bolognese era composta dal Truzzo, dallo suocero -padre della Truzza quindi- e da un paio di altri omarelli amici dello suocero: un quartetto malissimo assortito di alacri lavoratori, ciascuno con le sue idee sulle tecniche di assemblaggio dei mobili, sempre incompatibili con quelle degli altri tre.
Era evidente che finiva a come minimo in cagnara, anche se alla resa dei conti era sempre la tracotanza del Truzzo ad avere la meglio sulle teorie degli altri, costretti a stare ai suoi ordini, pena la frattura multipla delle ditine.
Un tragico pomeriggio è comparso in cortile un camioncino bianco, carico di mobili della cucina, che sono stati scaricati in terrazza in ordine sparso. 
Ora, io so che quella casa non è più grande di 70 mq e che la cucina è poco più ampia di un cucinotto, quindi era quantomeno insolito che ci fosse riversa sulla terrazza una quantità di pezzi di mobilio che avrebbe potuto completare una cucina da grande ristorazione. 
Il montaggio ha richiesto quasi quattro giorni, i peggiori dell’estate.
La squadra del Truzzo e degli omarelli ha ininterrottamente trapanato e litigato per tutto il tempo, dall’alba al tramonto, senza darmi tregua un solo istante.
Non so come abbiano fatto a usare tutti i pezzi, ma sono evidentemente riusciti a farceli stare. Forse hanno soppalcato abusivamente.
In ogni caso sono stata molto contenta per loro, ma soprattutto per me, che finalmente ho potuto godere di qualche giorno di pace.
Dopo il montaggio della cucina del Truzzo, però, in casa mia hanno cominciato a manifestarsi strani fenomeni elettromagnetici.
Anzitutto ha smesso di funzionare il modem, che prima era velocissimo. 
Ha preso a funzionare a intermittenza, ogni tanto si paralizzava e restava con tutte le sue lucine pietrificate e nessuno dei nostri Mac era in grado di riconoscerlo. L’abbiamo sostituito, abbiamo anche cambiato gestore e tipo di abbonamento, ma ci siamo dovuti tutti rassegnare all’evidenza.
Poi sono entrati in conflitto il mio notebook con quello di mia figlia, dando luogo a lunghe liti familiari circa i diritti di prelazione riguardo alla connessione wi-fi.
Ad un certo punto il microonde ha cominciato ad attivarsi da solo durante la notte e non c’è più stato modo di regolare definitivamente l’orologio digitale dello stereo, che dall’insediamento del Truzzo lampeggia in modo isterico.
La lampada di cortesia che tengo nell’ingresso, inoltre, è esplosa in modo piuttosto vistoso - con un sonoro “pop” e un filo di fumo nero- e quando abbiamo provato a cambiare la lampadina, è entrato in funzione il salvavita ed è mancata la luce all’intero condominio.
La segreteria telefonica e il fax hanno preso a partire ogni volta che rispondiamo al telefono dal cordless. 
Infine, la lavatrice non mi esegue più il ciclo colorati a 60°.
Poiché si sa che una coincidenza è un caso, due sono un indizio e tre sono una prova, è chiaro che la cucina del Truzzo è stata allestita con qualche diavoleria che ha reso il mio appartamento una sorta di gabbia di Faraday schizofrenica.
Spero solo che non sia nocivo per la nostra salute, anche se in ogni caso eventuali malanni colpirebbero me, che ho un affaccio diretto all'abitazione del Truzzo. 
Ogni tanto provo a mettermi in bocca una lampadina come Zio Fester, per vedere se si accende, ma per ora non è accaduto nulla.
Ciò nonostante non mi sento affatto tranquilla.



-continua-


<Trattandosi di opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale>




martedì 12 febbraio 2013

La Truzzeide- cap.2: Per un approccio scientifico al problema della truzzità


La truzzità non è solo uno stile di vita, o un modo del pensiero: è una vera e propria tendenza dell’essere, un fenomeno sociale mai abbastanza studiato.
La truzzità si manifesta in maggiore o minore grado secondo un modello epigenetico, e pur tenendo conto che se a fronte di una naturale inclinazione verso la truzzità estrema a nulla possono l’ambiente e l’educazione, vale anche il ragionamento inverso: un vero truzzo o lo sei, o non lo puoi diventare.
Tuttavia tutti possediamo una certa percentuale di truzzità, anche se talvolta così bassa da non risultare rilevabile a occhio nudo.
Poiché negli ultimi tempi il fenomeno ha cominciato ad assumere connotati importanti e la percentuale di truzzi sta cominciando a preoccupare per il suo forte impatto sociale, di recente è nata la Truzzologia -branca delle scienze sociali e allo stesso tempo giovane ramo delle neuroscienze-  e sono stati elaborati protocolli di truzzometria applicata sui quali tuttavia non c’è unanime accordo all'interno della comunità scientifica internazionale.
In particolare il gruppo di Palo Alto in California, sottolineando la necessità di un approccio olistico al fenomeno, ha costruito un protocollo truzzometrico (Analytical Test of Truxity, o ATT) che avrebbe dovuto fornire risultati abbastanza precisi e consentire di individuare cinque livelli di truzzità, attribuendo a ciascuno di essi un indice di contenimento sociale e una relativa previsione di educabilità del soggetto truzzo (TLI, Truxity Level Index).
Applicando una metodologia che ha come riferimento la psicologia della Gestalt, sono stati somministrati alcuni pattern di stimoli ad un gruppo composto da duecento soggetti maschi e femmine di età diverse, diversi gradi di istruzione e diverse provenienze sociali e geografiche ed è stato osservato come gli input sono stati selezionati, elaborati e riorganizzati per affrontare alcuni problemi ai quali è stato chiesto di dare una soluzione.
Ne sono emersi due livelli estremi di truzzità, corrispondenti rispettivamente al valore 0 e al valore 100 di un range, il primo evidenziato da un atteggiamento garbato e riflessivo, il secondo da irrequietezza, turpiloquio e dalla reiterazione di un’unica frase, che tradotta dalle diverse lingue è risultata uguale per tutte le etnie: “Ti spezzo le ditine”, accompagnata da secchezza alle fauci.
All’interno di questo range si sono poi potuti individuare i cinque livelli di truzzità, i cui indicatori sono sempre riferiti a valori medi, presentandosi con minore o maggiore intensità all’avvicinarsi ai valori estremi di ciascun livello. 
Gli indicatori evidenziati nella bozza dello studio californiano hanno valore di esempio, ma non costituiscono la totalità delle manifestazioni truzze, perciò si può includere un soggetto esaminato in una fascia TLI del range solo se presenta almeno tre valori di truzzità positivi tra quelli elencati in una lista alquanto dettagliata elaborata dai ricercatori e pubblicata a parte.
Vediamo dunque le cinque fasce TLI:

TLI ≤ 20 truzzità lieve. Si tratta di un fenomeno fisiologico, generalmente trascurabile e completamente educabile. Tende a scomparire con l’avanzare dell’età e resta perlopiù latente per tutta la vita, manifestandosi solo in situazioni di particolare esposizione a stimoli esterni stressanti, come la guida nel traffico, la fila agli Uffici Postali, la curva allo stadio, un comizio politico.

TLI >20 - ≤ 40 truzzità medio-lieve. É un livello di truzzità che reagisce fortemente agli stimoli ambientali ed educativi, nonostante i quali tuttavia tende a manifestarsi con modalità socialmente inoffensive, come piccoli tatuaggi, rutti contenuti solo dopo un bicchiere di Coca Cola, improvvise ma sporadiche comparse di calzini bianchi con i mocassini, telefonate in treno o in autobus con volume di voce percepibile fino a tre metri di distanza. Non scompare mai del tutto, ma regredisce fino a raggiungere livelli di quasi completa latenza.

TLI >40 - ≤ 60 truzzità media. Parzialmente educabile, è il livello di truzzità più diffuso nelle popolazioni dei paesi ad alto livello di sviluppo e si palesa con una certa frequenza assumendo talvolta connotati piuttosto fastidiosi, quali per esempio giocare a pallavolo in piscina, tenere l’auto accesa per venti minuti mentre si saluta la fidanzata (o il fidanzato), sincerarsi periodicamente con le mani della presenza del pacco, telefonare in treno o in autobus con volume di voce percepibile fino a dieci metri di distanza. Regredisce lentamente, ma rimane sempre manifesta.

TLI >60 - ≤ 80 truzzità severa. Non educabile, ma parzialmente attenuata  e lievemente reversibile con l’avanzare dell’età, colpisce con percentuale più alta nei maschi di razza bianca, ma è in aumento tra le femmine delle ultime generazioni. Si manifesta sempre e tende a diventare forte fattore di aggregazione. Ne sono indicatori tipici il turpiloquio, la bestemmia, l’argomentare con minacce, il rutto libero, la musica ad altissimo volume nello stereo dell’auto alle tre di notte, il possesso di auto molto potenti parcheggiate sul marciapiede, il volume della voce percepibile per un intero isolato.

TLI >80 - ≤ 100 truzzità estrema. Irreversibile. Colpisce solo i maschi ed è caratterizzata da tutte le peggiori esternazioni dei precedenti livelli, ma portati all’eccesso e ostentati con fierezza. E l’unica che si manifesta con il calzino corto con i sandali, la presenza del marsupio, il grugnito come forma privilegiata di comunicazione, il peto acrobatico nel cortile condominiale e la suoneria del cellulare degli Oliver Onions.
Il Truzzo ha un TLI= 107.




I risultati della ricerca dell’equipe di Palo Alto sono stati tuttavia confutati da parte della comunità scientifica che ha costretto i ricercatori stessi a sottoporsi ad ATT. Quando a tre di loro sono stati attribuiti TLI intorno a 75, tutta la ricerca è stata invalidata.
Attualmente è allo studio in Olanda un apparecchio che, sul modello del Dynamizer di Abrams, dovrebbe essere in grado di individuare il Truxity Vibratory Rate (TVR) e di fornire pertanto dati obiettivi di grande precisione, anche se per avere indicazioni sull'educabilità dei soggetti truzzi occorrerà aspettare ancora molto tempo.
Pur essendo ancora lontani da una soluzione definitiva, la comunità scientifica si sta dimostrando molto sensibile al problema e si cominciano a stanziare anche finanziamenti pubblici, destinati a sviluppare una ricerca a largo raggio, che individua nella prevenzione e nella lotta alla truzzità fattori chiave per lo sviluppo e la crescita della società nel medio-lungo periodo.

-continua-



<Trattandosi di opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale>





lunedì 11 febbraio 2013

La Truzzeide - cap.1: L'amor cortese


Una cosa è certa: il Truzzo e la Truzza si amano.
Ecco, non pensate all’amore romantico dei film, non pensate ai deliziosi fidanzatini di Peynet abbracciati sulla panchina, alle poesie di Prévert, ai chiari di luna o alle rose rosse in comode dozzine.
Il Truzzo e la Truzza si amano in modo rustico e pragmatico.
Lui non è un adone ed è un uomo totalmente privo di fascino, lei forse sarebbe anche carina, pur con le sue fattezze da boiler, se la truzzità non facesse da schermo, ponendo in ombra qualsiasi dote le si potrebbe attribuire.
Nonostante questo, è evidente che esercitano l’uno sull’altra un appeal irresistibile, si piacciono, si capiscono, si integrano e si completano.
In un certo senso - non lo dico per scherzare- sono da invidiare.
Da quando sono costretta a frequentarli dalla mia posizione di vicinato, mi sono talvolta chiesta come possa essere andata tra loro, cosa il Truzzo marsupiale possa averle detto per indurla a uscire con lui, con quali motti di spirito l’abbia irretita facendola invaghire. 
Capisco bene di essere di parte, ma sono convinta che una giovane donna, pur cilindrica e con la grazia di un primate involuto, possa esercitare comunque una fascinazione su un maschio, specie se di indole profondamente truzza quale è lui, ma cosa possa aver trovato lei in lui mi sfugge, è un mistero di portata cosmica come il ragionar d’infinito.
Mi sforzo di formulare un pensiero in merito e ho solo davanti un enorme e sconcertante punto interrogativo, ma tant’è.
Si amano e lo rimarcano in ogni momento.
Lei gli grida dalla terrazza: “Ammoreeeee” con tono ascendente della e finale, prolungata al limite dell’inquinamento acustico.
Lui, dal cortile le risponde: “Grooowl” con tutta la possanza maschia di cui trasuda, sicuro di sé, virile, quasi epico, brandendo una brugola con la quale sta lambiccando su qualche progetto avveniristico.
Anche il Truzzo chiama la Truzza "amore", ma lo pronuncia in modo tronco, come se dicesse "amorè", richiamo al quale lei risponde con un growl acuto, quasi il cinguettio sgraziato di un canarino mannaro.
Quando lavorano insieme, spesso lui inframezza alle bestemmie battute senza senso alle quali lei ride moltissimo, o risponde in modo altrettanto insensato in uno scoppiettante dialogo che dalla mia finestra suona assolutamente surreale.
Quasi sempre, mentre fanno qualcosa insieme, su quella terrazza che sembra aver bisogno di manutenzioni straordinarie quotidianamente, lui si produce in lunghe e articolatissime invettive sul padre di lei, lo suocero benefattore che ha comprato la casa. Il perché non l’ho ancora capito.
La Truzza tenta di reagire alla prepotenza oratoria del Truzzo, ma con scarso vigore, e dopo qualche blando tentativo di difesa del padre, si lascia smontare da un paio di bestemmie ben assestate e dal classico: “Gli spezzo le ditine, va' là va' là”, che pare avere la potenza persuasiva di una catilinaria di Cicerone.
Non si pensi tuttavia che la Truzza sia succube del marito: ogni tanto gioca sulla gelosia e lo minaccia, ma lui risponde con versi gutturali evidentemente rassicuranti e si sente che torna subito l’armonia.
A volte lo sgrida perché non ha fatto qualcosa come doveva, ma la prospettiva di lasciarci le ditine a sua volta la riporta subito a toni più accomodanti.
La Truzza è molto fiera della somiglianza del figlioletto al padre. 
La scorsa estate le ho sentito dire con compiacimento: “Oh, ammoreeee, questo bambino è proprio figlio tuo, senti che rutti che fa! ”
Lui ha sottolineato la soddisfazione con un grugnito.
In effetti il Truzzo rutta in modo spettacolare e molla peti acrobatici, quasi sempre accompagnato dal plauso della Truzza, o da suoi salaci commenti.
Il Truzzo russa anche così forte che d’estate devo mettere i tappi nelle orecchie per dormire, e un’altra cosa che non mi spiego è come la Truzza possa prendere sonno accanto a una simile trebbiatrice. Io ho avuto per sei anni un compagno che russava e varie volte ho tentato di soffocarlo con un cuscino.
A quanto pare lei dorme, anche se durante la notte sento che tengono il televisore acceso, neanche a dirlo con il volume altissimo, quasi sempre su film western, forse sempre lo stesso, come si evince dai dialoghi tra un tal Gringo e un altro tizio a cavallo che gli spara.
Nonostante siano così chiassosi, non li sento mai avere rapporti sessuali, quindi  le ipotesi sono tre: 1) non hanno rapporti sessuali, ma non mi sembra possibile; 2) è l’unico momento in cui sono silenziosi, anche se non pare probabile; 3) hanno rapporti sessuali molto frequenti, durante i quali lui la chiama Gringo e lei nitrisce e all’apice del piacere spara vari colpi con una colt.

Comunque è certo che si amano e sono fatti l’uno per l’altra.



 -continua-

<Trattandosi di opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale>


domenica 10 febbraio 2013

La Truzzeide: Prologo


Per chi ancora non lo conoscesse, premetto che il Truzzo è il mio vicino di casa.
Sarebbe più corretto se scrivessi “è un”, ma posso garantire che quell’articolo determinativo se lo merita tutto.
Fino a quattro anni fa la situazione del vicinato era piuttosto tranquilla, a parte la pazza del piano di sotto che mi minacciava di morte un paio di volte alla settimana e l’agitato di fianco che ogni tanto dà di matto per le scale, poi è arrivato il Truzzo e la situazione è sensibilmente cambiata.
Si è trasferito nell’appartamento dall’altra parte del cortile, quello con la terrazza grande, quello sul quale affaccia la finestra della mia camera da letto.
Lui è al piano rialzato e non può vedere me; io sto al secondo piano e posso vedere tutto quello che fa, anche se non me ne frega niente e ne farei volentieri a meno, ma purtroppo lui mi coinvolge nella sua vita mio malgrado.
Il Truzzo ha una moglie, la Truzza, e un figlio, il Truzzino.
Quando la famigliola si è insediata qui, all’inizio dell’estate di quattro anni fa, avevo totalmente sottovalutato la forza dirompente della loro presenza, imputando tutto il chiasso che hanno fatto alle manovre del trasloco e allo shock da adattamento.
Certo, mi ero resa conto che non si trattava di una giovane coppia radical-chic, ma la mia indole ottimista mi aveva impedito di notare alcuni preoccupanti indicatori che, anche senza voler essere lombrosiana, mi avrebbero dovuta mettere in allarme.
Sì, perché il Truzzo più che un uomo è un archetipo.
Ha un’età indefinita tra i trentacinque e i quarantacinque anni, è bassotto, tarchiato, con le gambe storte, la fronte bassa, il naso aquilino, i capelli lunghi tenuti raccolti con il codino, l’espressione e la postura da homo habilis.
Si esprime in modo -diciamo così- piuttosto schietto, con discorsi essenziali coloriti da grugniti.
Bestemmia a livello olimpionico: anche se non brilla per fantasia, ci mette della potenza, il classico centravanti di sfondamento che sfrutta le doti fisiche più che la classe, e che se tira una saracca non mira all’angolino all’incrocio dei pali, ma dritto al portiere e lo abbatte come una fucilata.
Parla sempre a voce altissima, incurante dell’orario, del pubblico, dell’interlocutore e dell’argomento di cui tratta.
Si veste come ci si immagina si possa vestire un truzzo: pantalone in pelle nera, bomber e scarponi chiodati in inverno; canottiera, pantaloncini e sabot in estate. 
Talvolta canottiera anche in inverno, quando in certe belle giornate terse, ma gelide, esce in terrazza sprezzante del freddo e tronfio come un highlander a mostrare l’ascella pezzata.
Non si separa mai dai due accessori indispensabili a un truzzo, cioè il cellulare ipertecnologico e rumorosissimo e, soprattutto, il marsupio in similpelle nera, sotto il quale -ne sono certa- nasconde  una terza ascella di riserva.
La moglie, altrettanto truzza, pur essendo un esemplare interessantissimo dal punto di vista antropologico, di fronte allo spessore del Truzzo è evidente che brilla di truzzità riflessa.
Dicevo che all’inizio non mi ero accorta del tipo di personaggio, ma posso invocare come attenuante il fatto che sono solita farmi i fatti miei, perciò ho dato un’occhiata di sfuggita a questi nuovi vicini e non me ne sono preoccupata più di tanto finché non ho sentito la prima telefonata del Truzzo.
Anzitutto la suoneria del cellulare mi è parsa subito un atroce contrappasso: Dune Buggy degli Oliver Onions.
Suonava ogni dieci minuti, a tutte le ore, a volume altissimo, con quell’odioso coretto strombettante che al Truzzo evidentemente piace moltissimo, perché non rispondeva subito neppure se il cellulare ce l’aveva in mano.
È stata una mazzata psicologica.
Era estate, tenevo le finestre aperte e me ne stavo pacificamente in camera a leggere sotto il ventilatore a pale quando ho sentito la prima telefonata.
Io non volevo, lo giuro, ma il Truzzo non parla, grida.
La telefonata suonava più o meno così: 

Tuzzo: “ Digli che gli spezzo le ditine”
- Pausa per turno del malcapitato dall’altra parte.
Truzzo: “ Mi ha rotto il [organo erettile maschile], io gli spezzo tutte le ossa, [bestemmia]”
- Pausa per nuovo turno del malcapitato dall’altra parte.
Truzzo: “ Ma [bestemmia], che si...[a seguire una serie di pessimi auguri]
- Presunto tentativo di replica del malcapitato dall’altra parte.
Truzzo. “Vuoi che spezzi le ditine anche a te? [bestemmia, seconda bestemmia, ripetuto due o tre volte tipo ritornello].

Ecco, il tenore della telefonata media era questo. 
Se si trattava di fornitori, iniziava apparentemente calmo e finiva in escalation, risparmiando le bestemmie per il dopo telefonata, come si accende una sigaretta per gustarsi il piacere dopo l’amore.
Se si trattava di sua madre, le augurava di affogare ridendo come un pazzo.
Se si trattava dello suocero, alla bestemmia si aggiungevano anche taluni improperi, con tutto che ho poi saputo che la casa gliel’ha comperata lui.
Già, perché il Truzzo non lavora.
Non è disoccupato, nel senso che vorrebbe lavorare, ma purtroppo non può farlo, no: lui non lavora.
Lavora la Truzza, lui sta a casa e si occupa del Truzzino e di grandi opere domestiche.

Da quella prima telefonata, non ho avuto più pace.
Il Truzzo ha invaso il cortile con i suoi schiamazzi, le sue facezie terribili, i suoi dialoghi con la Truzza, le stupidaggini che dice al Truzzino, le sue monumentali opere in terrazza e in giardino, le serate di gran classe con gli amici, dalle quali mi salvo solo tenendo tutto il tempo le cuffie sulle orecchie.

Chi già sa di lui sono certa che sarà ben felice di sapere che una sezione del blog sarà dedicata alle sue mirabolanti avventure, chi non lo conosce sappia che non è finita qui, perché questa è solo la prima puntata della grande epopea del Truzzo: la Truzzeide.

Per ora metabolizzate il ritratto del Truzzo che ho eseguito la scorsa estate, in un momento di particolare ispirazione.



<Trattandosi di opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale>