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mercoledì 16 aprile 2014

Il magico momento delle adozioni

Poco più di un mese fa, durante un triste pomeriggio a scuola, si è presentata in classe una simpatica ragazza con una carriola di libri.
Cercava me.
Profondamente stupita, le ho chiesto la ragione di questa visita inaspettata, ma graditissima, e mi sono sentita rispondere: “Le ho portato in visione i libri per l’adozione del biennio”.
Ho sentito come un lampo di elettricità attraversarmi dalla sommità della testa fino alla punta dei piedi, scaricare a terra e lasciarmi basita in un alone di luce.
Dopo cinque anni di adozioni bloccate, cinque anni di inferno durante i quali m’è toccato di lavorare con libri scelti da altri, finalmente ritornavo padrona del mio destino, libera di decidere gli strumenti da utilizzare e di immaginare un percorso costruito a mia misura.
Sono sopravvissuta per un lustro macinando fotocopie, creando patchwork di altri libri, scrivendo interi capitoli alla lavagna, incapace di ritrovarmi tra le pagine di testi scolastici orrendi che non mi appartenevano in alcun modo.
Non che io ritenga di scegliere meglio di altri, per carità, ma se con i libri ci devo lavorare, devo poterli vagliare, ponderando su ogni argomento, valutando i pro e i contro di ogni testo, pianificando come integrare quello che manca, come scandire il mio progetto educativo, in che modo farmeli aderire addosso come un abito di sartoria.
Non posso lavorare bene con libri scelti da altri, sarebbe come pretendere da un tennista che giocasse con una racchetta dall’impugnatura sbagliata, far usare a un imbianchino un rullo inadatto alla superficie da dipingere, far indossare a una ballerina scarpe troppo strette, costringere un miope a leggere con occhiali da astigmatico: se uno è bravo ci riesce lo stesso, ma non lo fa bene come vorrebbe e gli costa una fatica insensata.
Ho provato per la simpatica rappresentante un affetto smisurato e per i suoi libri un’immediata benevolenza.
Nel giro di un mese sono arrivati tutti i distributori della zona, quando li ho intercettati mi sono fatta portare i libri direttamente in classe, li ho raccolti con una forma di feticismo appassionato ed ho cominciato a sfogliarli.
Sapevo bene che stava iniziando un periodo di gioia e dilemmi, di meditazioni notturne, di progetti ambiziosissimi, di sogni rosei di fare della mia classe un fulgido esempio di sapienza umanistica -sogni destinati a franare al cospetto dell’indifferenza che la maggior parte dei bambini riserva alla cultura. 
Negli anni delle adozioni dei libri, nessuna considerazione realistica può scalfire il mio entusiasmo di fronte all’arrivo dei rappresentanti.
Dicono di me che ho il tiro alto con le classi, ed è vero, ma per quanto io possa tirare in alto, le classi ci pensano da sole a ridimensionare le mie manie di grandezza.
In ogni caso, una volta raccolti un po’ di libri, procedo a una prima scrematura, in modo abitrario, empirico, emotivo e discutibile, cioè mi fido del primo impatto visivo: apro il libro a caso e se la grafica non mi attira, se le pagine sono troppo piene, troppo colorate e i caratteri non mi piacciono, lo scarto subito. 
Magari è un bel testo, magari i contenuti sono eccellenti e l’impostazione è organica, ma un libro con una brutta grafica per me è una sofferenza, e quasi sempre non solo per me. 
I bambini si confondono quando le pagine sono troppo dispersive o gli arriva un’ondata di informazioni tutte insieme, un buon libro deve essere lineare, ordinato, con uno schema preciso facilmente identificabile, uguale fino alla fine.
Tra quelli che sopravvivono, inizio il confronto leggendo soprattutto la parte di Storia, e con quelli che superano l’esame -  molto severo, ho cassato libri solo perché non trattavano gli Ittiti con il dovuto rispetto - passo al setaccio Geografia, dove mozzo teste a tutto spiano se non mi soddisfa la posizione e il rilievo che riservano al reticolo geografico e alle zone climatiche del mondo. 
Ognuno ha le sue manie, abbiate pazienza.
La mia collega, dal canto suo, procede al vaglio della parte di Matematica e Scienze in autonomia e ci incontriamo alla fine con i pochi testi scampati all’analisi spietata, ciascuna con i suoi.
Quindi torniamo a rifare tutto il processo solo per i libri che entrambe abbiamo salvato.
Quest’anno, forse per via della gioia dopo cinque anni di deprivazioni, si erano salvati tre libri, sui quali la mia collega aveva rimesso a me la scelta e io non sapevo decidermi.
Due giorni fa, tuttavia, in circostanze del tutto casuali, abbiamo scoperto che nell’aula insegnanti era stata raccolta almeno un’altra dozzina di testi che non avevo intercettato personalmente e io ho avuto un tuffo al cuore, non solo perché da bibliofila mi ha preso l’esaltazione di fronte a un simile tesoro, ma pure perché temevo di trovare qualcosa che avrebbe reso ancora più grave la mia indecisione.
Invece è accaduto il miracolo, ho trovato il libro sul quale non ho dubbi, quello quasi perfetto, quasi come se l’avessi scritto io per poterci lavorare, quello per il quale sono pronta a dare battaglia. 
Per fortuna piace anche alla mia collega, per fortuna è quello che piace di più anche a lei e io un po’ la amo.


Ora devo affrontare il libro di Italiano, che sarà una scelta tutta mia, ma ho ristretto il campo a due, da una ventina che ci hanno lasciato in visione, non solo perché sono ben organizzati e hanno una buona scelta di autori, ma trattano pure le figure retoriche come si deve e introducono analisi logica e analisi del periodo, argomenti che con questa classe non riuscirò probabilmente a svolgere, a meno di una folgorazione collettiva, ma io il tiro lo voglio tenere alto, che ad abbassarlo c’è sempre tempo.
Credo che se resterò indecisa, alla fine mi giocherò l’ultima carta: deciderò con il naso, in base all’odore.
La prima volta che ho insegnato in una prima elementare ho scelto, tra due libri molto belli, quello che profumava di vaniglia, ed è andata benissimo...





domenica 24 febbraio 2013

Vade retro, tablet!


Quando ho cominciato ad andare a scuola, nel 1966, usavo la penna con il pennino e l’inchiostro.
Per tutte le elementari mi sono arrangiata con il calamaio, la carta assorbente e le macchie sulle dita e quando si passò alla stilografica mi sembrò una rivoluzione epocale.
Conservo ancora i miei quaderni delle elementari: sembrano miniati da un monaco benedettino, ma sono bellissimi. 
I nostri libri erano terribili a riguardarli ora, avevano una grafica poverissima e sembravano tutto fuorché libri per bambini.
Ma la nostra immaginazione volava lo stesso, anche perché a casa avevamo i fascicoli delle fiabe sonore, quelle con i vinili a 45 giri e il libro illustrato.
“A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar...” era l’inizio della canzoncina che apriva ogni racconto, un sistema super tecnologico degli anni ’60 per far leggere i bambini. 
Perché nessuno di noi, neppure il più pigro, si sarebbe accontentato solo di ascoltare il disco senza sfogliare e seguire la lettura su quegli album illustrati, con le figure bellissime che ogni tanto ci sforzavamo di copiare, o di ricalcare appoggiando le pagine a un vetro.

Verso la quarta elementare abitavo vicino all’Antoniano, dove c’era un mercato dell’usato. Si trovavano anche i libri e il mio divertimento più grande era andare a scovare, selezionando intere montagne di volumi di tutti i tipi, qualche romanzo per ragazzine della collana “Betty” della Capitol, di cui andavo pazza. 
Con la paghetta mi acquistavo un libro nuovo, se mi piaceva me lo tenevo, altrimenti lo andavo a scambiare con un altro che trovavo all’Antoniano, che talvolta tenevo per un giorno solo, giusto il tempo di leggerlo e di decidere se tenerlo o scambiarlo di nuovo. 
Ormai quelli del mercato dell’usato mi conoscevano -una bimbetta magra e lunghissima, bruttina, con occhi enormi sotto le lenti degli occhiali- me lo lasciavano fare e a volte, addirittura, se mi vedevano indecisa tra due libri, me li davano entrambi. 
Ne ho divorati una quantità incredibile, poi sono passata ai gialli, poi...
Libri, meravigliosi, belli da sfogliare, con quel profumo di carta stampata che sta al terzo posto degli odori buonissimi dopo il pane appena sfornato e la pioggia d’estate, libri che non so più dove mettere, che ora riesco a leggere così poco perché sono sempre troppo stanca, o indaffarata, o poco concentrata, ma comunque c’è l’estate per ritrovarmi con una fame di libri che devo saziare, libri, che belli che sono i libri...
Sono cresciuta così, con i libri tra le mani e l’inchiostro sulle dita.
Sì, certo, anche tantissime altre cose: mi hanno insegnato a ricamare, a usare ferri e uncinetto, a confezionare semplici abiti, a fare la pasta a mano, tutte cose che so ancora fare, più o meno bene e che nella vita mi sono servite, se non altro per rilassarmi, fermarmi, concedermi il tempo di pensare, imparare a concentrarmi.

Utilizzo il computer da più di vent’anni. All’inizio lavoravo con una primitiva versione di Windows, credo il 3.1, e avevo un pc enorme che ho imparato ad usare da sola. Le ho viste tutte le versioni di Windows, finché non sono passata al Mac due anni fa. 
Sono bravina, per essere una ragazza dei sixties e non aver mai aperto un manuale di informatica. 
Vado a intuito, per prove ed errori, ogni tanto mi vado a cercare istruzioni online e ho una gran pazienza, forse quella che ho imparato scrivendo con il pennino, cercando libri nei mucchi, o lavorando all’uncinetto.
Perché io credo, da antica quale sono, che il percorso sia più importante del risultato e che, salvo se si deve prendere un treno, non ci sia alcun bisogno di avere fretta. 
Mi rendo conto che la tecnologia offre infinite possibilità, bypassa molte difficoltà, mette in comunicazione in tempo reale milioni di solitudini diversamente declinate, ma mi rendo anche conto che per certi aspetti ne sono diventata schiava anche io. 
Per la paura che mi ha presa di perdere la musica raccolta pazientemente sul computer negli ultimi dieci anni, mi sono comperata un server domestico e il mio amico Mauro -altro ragazzo dei sixties- è venuto dalla Brianza per configurarmelo. 
Con calma, nel frattempo aveva da cucinare una cassouela.
Va bene, la Brianza non è la Silicon Valley e io non ho in casa il server della NASA, ma è per dire che noialtri siamo cresciuti a pasticci sui quaderni e libri poverissimi, ma ce la caviamo molto bene anche con le faccende moderne, mentre restiamo legati alle nostre tradizioni antiche.

A scuola vogliono dotare i bambini di tablet, che all’inizio sostituiranno i libri e i notes per gli appunti, poi con il tempo anche i quaderni.
Il progresso ce lo chiede. 
Non sanno allacciarsi le scarpe, non sanno ritagliare, alcuni arrivano a scuola che non sanno neanche tenere in mano la matita e la maggior parte esegue i compiti senza leggere la consegna. 
Tutti sono accomunati dall’essere concentrati solo sul risultato e dal considerare la velocità un valore.
L’applicazione regge per poco, degli errori non deve restare traccia e spesso li si vede che si accasciano sul banco, scrivono con il mento appoggiato al foglio del quaderno e se potessero avere un telecomando in mano, la maestra sarebbe solo una delle tante schermate di uno zapping annoiato. 
Per fortuna non hanno un joystick, altrimenti proverebbero a spararmi.
Perché quelli, invece, li sanno usare benissimo, anche se nessuno glieli insegna. Sanno usare il cellulare meglio di me e non c’è gioco di velocità al computer nel quale non darebbero dei punti a qualsiasi ingegnere elettronico cinquantenne. Hanno i pollici più veloci del West.
Sono nativi digitali, sono già nati programmati con le conoscenze rudimentali dei genitori e sono stati sempre immersi nella tecnologia da quando hanno emesso il primo vagito, monitorati, filmati e fotografati in tempo reale da apparecchi digitali. 
Un nanosecondo dopo aver visto la luce viaggiavano già nell’etere tramite MMS, salutati da uno schermo da parenti e amici.
A volte ti chiedono basiti cosa sia un pettirosso, ma sanno riconoscere un iPhone.
A questi bambini il tablet non bisogna darlo, per nessun motivo al mondo.
Li si priverebbe del fruscio delle pagine dei libri, degli esercizi pazienti di bella calligrafia -cioè di grafia bella bella, per i grecisti- si toglierebbe loro il piacere di assaporare l’odore di vaniglia di certe pubblicazioni per i bambini, di guardare le figure e di provare a copiarle.
Nessun bambino può ricalcare un disegno da un tablet: se lo appoggia su un vetro non diventa trasparente.
Gli si negherebbe il diritto di sbagliare e di vedere i suoi errori, perché il computer corregge tutto e non ne lascia traccia, talvolta è lui stesso a dire dov’è lo sbaglio e come si può rimediare, sollevando chi lo usa dal pensare, tanto alla fine tutto sarà perfetto senza che rimanga alcun ricordo del percorso, meglio ancora che nei videogiochi dove finiscono le vite e tocca aspettare che si ricarichino.
Non dobbiamo dare un tablet in mano a un bambino di sei anni, ma neanche a uno di dieci, o di tredici, perché di oggetti elettronici ne hanno tra le mani già troppi e il confine tra funzione e gioco non lo conoscono. 
Non glielo dobbiamo dare per nessun motivo al mondo perché sono già schiavi della tecnologia e perché di questo passo non sapranno più scrivere, né contare, né riconoscere da soli se 6 x 8 fa 48, o 1.345, un altro numero a caso, perché perderanno il gusto di farsi domande e creare problemi, completamente  intorpiditi dal non uso del corpo e della fantasia.
Non si deve dare un tablet a un bambino perché è vero che ora l’accesso a qualunque informazione è a portata di un clic, ma la capacità di filtrare e selezionare tutti questi dati viene dall’esperienza, quella che si fa pensando, sperimentando, osservando, ascoltando, disegnando, annusando, sbagliando, cercando e tutti i gerundi antichi che vi vengono in mente.
Con calma, prendendosi tempo.
Bisogna cercare di limitare più possibile la tecnologia nella vita di un bambino e lasciarlo essere un bambino, tanto è già capace di usare questi aggeggi.
Bisogna insegnargli a vivere senza tecnologia, a metterla al suo servizio, non a esserne schiavo, altrimenti l’unico uso che farà del cervello sarà per comandare i pollici, e poco importa se sono opponibili.
Quello che della tecnologia non sa, lo imparerà da solo, come ho fatto io, come ha fatto il mio amico Mauro, come abbiamo fatto tutti noi cresciuti con mezzi poveri, ma con il nostro mezzo più potente e sofisticato sempre in attività.
Quello che vorrà o dovrà imparare di più, lo imparerà quando sarà in grado di avere, come noi, un’uscita di sicurezza in caso di blackout.





venerdì 11 gennaio 2013

The neverending mappazza


Da quando sono rientrata a scuola dopo le vacanze natalizie, ho pranzato tre giorni a scuola.
Fin dal primo giorno mi sono accorta che avrei dovuto affrontare la catarsi dopo i banchetti natalizi a base di tortellini, brasati, arrosti e favolosi dolci, ma non avrei mai creduto che il contrappasso sarebbe stato così spietato.

Lunedì ci hanno servito dei quadrucci in brodo vegetale -dove per brodo si intendeva acqua sciapa- e delle polpette di verdura che si fermavano a metà dell’esofago formando un tappo; martedì è stata la volta di un piatto di maccheroni in bianco, inodori, insapori, incolori e della consistenza della malta per l’edilizia, seguiti da un sedicente hamburger immerso in una gelatina rossa -che ci han detto essere pomodoro- e da un purè semiliquido; giovedì ci hanno presentato un risotto con zucca biologica, costituito da un unico bolo giallo, e una triste coscia di pollo accompagnata da un fango di fagioli cannellini irriconoscibili. La mia collega, che aveva dieta in bianco, ha avuto come contorno delle patate bollite che nuotavano nell’olio.
Nessuno di questi piatti è stato servito a temperatura che si potesse definire almeno “tiepida”.
Mi sono alzata da tavola sognando uno sfilatino alla mortadella, con quella forma di appetito non saziato che è sempre diretta conseguenza di questi pranzi orribili. Per un attimo ho avuto nostalgia, non tanto di una pietanza gustosa a caso, della quale certi cibi spengono anche il ricordo, ma piuttosto di uno di quei deliziosi menu da ospedale, il classico: minestrina in brodo di pollo, paillard e bietola lessa.
Ho dato un’occhiata a quanto ci riserva la mensa per tutto il mese e mi sono resa conto che sarà durissima. 
Nella mia ventennale carriera mi sono chiesta sempre se le dietiste che elaborano i menu scolastici -sono sempre donne, non si sa perché- non siano in realtà una sola persona incarognita con l’esistenza.
Non saprei come spiegarmi altrimenti questo accanimento a nutrire dei poveri bambini, in una delle più determinanti fasi formative della loro vita, con accostamenti del tutto irrazionali di cibi ugualmente disgustosi.
C’è qualcosa di efferato nei menu scolastici, qualcosa che sfugge alla comprensione dei più e che lascia supporre un disegno più ampio, diretto a condizionare le giovani generazioni, abituandole alla deprivazione di uno dei più entusiasmanti piaceri della vita: il buon cibo.
Nel buon cibo c’è un contatto emotivo tra chi cucina e chi mangia, un nutrimento che non riguarda solo il corpo, ma anche quella parte dell’anima che si raggiunge attraverso i sensi, quindi queste povere creature vengono educate all’anaffettività gastronomica. 
Forse qualcuno ha previsto che ci attenderanno terribili carestie, quindi meglio prepararsi subito a farsi piacere gli arbusti, le bacche e, in mancanza di selvaggina, la plastica degli imballi (quest’ultima soluzione sarebbe tra l’altro interessantissima, perché garantirebbe anche lo smaltimento di una buona parte dei nostri rifiuti).
E’ vero che una certa dose di responsabilità ce l’ha la cucina, visto che gli stessi piatti, cucinati bene, o anche solo cucinati nel senso autentico del termine, potrebbero forse risultare commestibili. 
Si deve quindi anche considerare il problema dalla prospettiva della realizzazione dei manicaretti, ma indubbiamente è sull’ideazione del menu e sulle direttive impartite per metterlo in pratica che si concentra l’aspetto più scabroso.
Quale mente perversa può partorire, infatti, un trionfo degli amidi come quello proposto con la fatale accoppiata riso/fagioli? 
Giovedì già nell’immediato dopo pranzo abbiamo avuto i primi caduti sul campo, due bambini che hanno detto di avere mal di pancia e si sono fatti venire a prendere dai genitori. 
Verso le tre del pomeriggio è stato uno stillicidio di: “Maestra, posso andare in bagno?”, proprio mentre tentavo di spiegare alla classe le splendide flessioni per genere e numero dei nomi. Quando rientravano in classe, però, i piccoli sembravano  non solo alleggeriti, ma persino più interessati alla materia.
Mi domando ogni volta che tipo di donna possa essere la dietista, quella che immagina, per un martedì a caso, un pranzo che prevede come primo la pizza e come secondo prosciutto cotto e patate. 
La pizza, per dirla tutta, è un rettangolo di gommapiuma sul quale è stesa un’ipotesi di pomodoro, disseminato qua e là da chiazze di mozzarella secca: ai bambini piace da pazzi, il che mi dimostra che il piano sta riuscendo alla perfezione e non distinguono più né i sapori, né le consistenze.
Per fortuna la pizza è così ambita dai vari plessi, che solo un paio di scuole al mese rientrano tra le fortunate che se la aggiudicano e, a quanto pare, a noi capita assai di rado perché siamo il plesso che inoltra il maggior numero di lamentele, spesso condite con feroce sarcasmo.
I reclami non sono un nostro divertimento, però, ma un atto di denuncia che la nostra etica impone.
Vogliamo parlare, per esempio, dei tortiglioni con ragù di verdure, eufemismo che maschera una poltiglia adesiva violetta di non identificati vegetali? O delle polpette fritte al forno, ossimoro culinario dall’impanatura in truciolato? 
Ogni tanto, sul menu compare il miraggio di poter avere per pranzo le lasagne, sempre però indicate con una possibile alternativa nel caso non dovessimo essere sorteggiati per questo prestigioso premio. 
Lasciamo stare che non posso immaginare le lasagne della mensa se non come un esempio di eresia, la sola parola però ci illude e si rivela uno scherzo di cattivo gusto, visto che ci viene servita sempre l’alternativa, che di solito è rappresentata da tagliatelle al ragù di bovino, la cui carne, macinata grossolanamente, sembra possedere la straordinaria qualità organolettica di aggregarsi in pochi bocconi di discrete dimensioni e singolare compattezza, ma di non condire affatto.
Talvolta ci vengono proposti formaggi, soprattutto stracchini e ricottine in confezioni monoporzione. Peccato però che le confezioni non si riescano ad aprire. Duecentocinquanta bambini affamati, vocianti come una curva dello stadio, e altrettante confezioni di formaggino che non si aprono: è un momento agghiacciante. Quando vediamo che per secondo c’è la ricottina, siamo pronti al peggio. Ogni volta che viene aperta, del resto, ci fa rimpiangere di non aver desistito dal farlo.
É singolare poi notare come nel nostro menu vi sia un’evidente discrepanza tra significanti e significati: se infatti il nome della portata potrebbe evocare immagini mentali che si riferiscono alla nostra esperienza, o alle nostre conoscenze, la realtà smentisce sempre ogni aspettativa. Pare che vi sia totale mancanza di un codice alimentare comune tra noi, la dietista e le cucine. 
Che si tratti della vaghezza con cui i piatti vengono descritti, o che la causa sia  da imputare all’imprecisa realizzazione degli stessi poco importa, resta il fatto che solo nel caso delle minestre di legumi -unici cibi discreti che ci vengono serviti- esiste una coincidenza tra il nome, l’idea e la realtà.
La nostra dietista tuttavia, con la connivenza della cucina, esprime tutta la sua indole sadica con le verdure. 
Se escludiamo i brevi periodi dell’anno scolastico in cui abbiamo a disposizione i fagiolini, che peraltro ci vengono propinati bolliti fino alla depressione e deliberatamente sconditi, è previsto l’uso unicamente di alcune declinazioni di cavolo e insalata, talvolta anche insieme, di patate - servite solide, liquide o anche gassose- di fagioli e, soprattutto, del piatto principe di tutto il nostro menu: le carote filanger.
Ci vengono somministrate almeno due volte la settimana, e già alla fine di ottobre non ne possiamo più. 
È vero che fanno bene alla vista e che a giugno saremo tutti pronti per una favolosa abbronzatura, ma il rischio di andare in overdose da carote è reale.
Come inizia l’anno scolastico, a me viene la gastrite, che mi passa durante le vacanze di Natale e si ripresenta puntuale al rientro. 
Mi rendo conto benissimo che portare a scuola un salame e farmi un panino mentre i piccoli hanno davanti un piatto di filanger sia diseducativo, oltre che crudele, quindi sono con le spalle al muro. Potrei mangiare a casa verso le undici e mezza di mattina, ma anche non mangiare mai con loro è diseducativo.
Protestare non serve, mandare avanti i genitori nemmeno, non resta quindi che mandare giù il boccone indigesto -nel senso letterale- e resistere, resistere, resistere: in fondo mi mancano solo quattordici anni alla pensione.

<Trattandosi di opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale>

Grazie a Silvia, la mia adorata collega, che mi ha suggerito il titolo.



martedì 8 gennaio 2013

Il Bel Paese


Ho corretto le verifiche di Geografia della mia IV elementare.
Di solito procedo così: faccio domande aperte, lascio che scrivano quello che vogliono su una traccia, concedo loro una mattinata intera e, per evitare inutili spargimenti di sangue, non valuto gli errori di ortografia, né tantomeno la sintassi a dir poco audace e la punteggiatura usata a scopo puramente decorativo.
Il compito verteva unicamente sulle montagne italiane, dieci pagine del libro in tutto, piene di figure, assegnate come studio prima di Natale, ripassate insieme, già più volte verificate oralmente.
Ce l’ho messa tutta per consentire loro di ottenere risultati molto brillanti ed alcuni infatti mi hanno presentato ottimi lavori, completi, esaustivi, chiari. 
Altri hanno fatto il minimo sindacale, ma ho largheggiato con simpatici più che hanno reso le sufficienze più accattivanti.
Un piccolo gruppo, invece, mi ha consegnato elaborati del tutto deliranti, non tanto perché non abbiano capito la materia oggetto di verifica -ché quella si studia e si guarda sulla cartina, peraltro bellamente esposta in classe nello splendore dei suoi 140 x 100 cm. - ma perché non avendo studiato nulla, e quindi non sapendo nulla, hanno inventato e, laddove sapevano poco, hanno frainteso le quattro idiozie in croce scritte sul libro.
Quello che ne è emerso è un quadro nuovo dei nostri spettacolari monti, rilievi che tutto il mondo ci invidia. 
O forse ci invidiava.

Sull’orogenesi delle nostre catene montuose, ho saputo che esistono due tesi: la prima, con un fondamento geologico più solido, le ha viste formarsi per via di una crosta terrestre che sbatte su un’altra crosta terreste. 
Ovviamente quando due croste si scontrano si rompono, si formano dei detriti e si formano zone sismiche caratterizzate da vulcani, che altro non sono se non montagne che non hanno ghiacciai perché c’è la camera magnetica al loro posto e le loro parti sono: camera magnetica, eruzione e percorso magnetico. Quando un vulcano erutta, allora si forma una zona sismica. 
Che fine abbiano fatto le montagne non vulcaniche in aree geologicamente più stabili, non è dato di saperlo, ma riconosco in queste confuse spiegazioni un tentativo di descrivere un fenomeno invero assai complesso. 
La seconda tesi invece è di tipo climatico: la montagna si forma con la pioggia e la grandine. Si forma quando questi due elementi cadono su di lei e la fanno a punta.
In questo caso, va da sé che non esistono solo montagne con l’erba, ma anche quelle con la neve, perché quando fa freddo e le montagne sono in alto, la neve si deposita sopra la punta, con buona pace degli appassionati di sci che si possono scordare i pendii innevati e le lunghe piste: o sulla punta, o niente, e sempre che le montagne siano in alto, perché se le montagne sono in basso non se ne fa nulla. 
Le montagne vulcaniche invece sono quelle che all’interno hanno del fuoco, quindi si possono chiamare anche vulcano, quindi si può anche chiamare vulcano il vulcano che dentro di sè ha la camera magmatica. Non oso pensare a come si possa chiamare un vulcano che non si possa chiamare vulcano.
Veniamo alle Alpi: esse altro non sono se non delle specie di colline, soltanto che sono molto più in alto e un pochino hanno la punta. 
Le Alpi hanno i ghiacciai, che mano a mano scendono giù con le rocce del terremoto, portando con sé detriti e macerie. 
Questi ghiacciai si sciolgono, quindi scende l’acqua che prende una posizione a V nelle zone fluviali e a U nelle zone glaciali.
Il clima delle Alpi è mite, ma anche influenzato dal freddo.
Pare che sulle Alpi la comunicazione con i paesi dell’aldilà avvenga attraverso i valanchi.
A consolidare questa macabra vocazione alpina, mi si aggiunge anche che le Alpi segnano la fine dell’Italia, il che conferisce loro un’aura sinistra. Mi immagino la mesta Sappada, il funereo borgo di San Candido, la lugubre Courmayeur...
Sia da monito per gli escursionisti: non imboccate mai un sentiero che rechi il numero 13 per raggiungere una baita in territorio straniero, potrebbe essere un valanco per l’aldilà.
Conforta comunque sapere che la via di comunicazione dalle Alpi alla città è per via di tubi e passaggi, un’uscita di sicurezza, tra l’idraulico e l’esoterico, dalle fatali vette.
Le Alpi però sono anche utili. 
Anzitutto hanno molta allevazione: per esempio la flora è muschio e guerce; le foreste di conifere sono sempre state una risorsa importante perché lì si producono mobili. Pianti un pino nano ed ecco bell’e fatto un comodino, cresce un larice recando con sé i conseguenti comò, da un abete secolare escono come d’incanto canterani Luigi XVI, ovviamente originali.
L’allevazione prevede anche mucche e bovini, le pecore che fanno i pascoli, i porcali di bovini e pecore. 
Se d’estate il bestiame viene portato all’alpeggio, invece in inverno gli animali stanno nelle stalle e lì ci possono essere i derivati del latte, generi di conforto per la stagione rigida. 
Le Alpi hanno anche degli hotel costruiti con il legname e i turisti vengono lì per il panorama e per mangiare. 
Tecnicamente le Alpi si dividono in Orientali, Occidentali e Meridionali.
L’Appennino è invece costituito da montagne altissime arrotondate, che però fanno molte burrasche di neve oppure di terra ed è per questo che fanno molti parchi nazionali.
Se non fosse chiaro, mi si dice anche che le Alpi sono più basse degli Appennini che hanno molti ghiacciai. Questo spiega perché all’inizio l’Appennino era disabitato, poi col tempo l’uomo cominciò ad abitarlo e così si costruirono molti agriturisfi, dove si può imparare ad andare a cavallo e dove viene accolta gente per assaggiare i tipici piatti di montagna. Sono infatti numerose le tracce di agriturisfi appenninici risalenti al Neolitico. 
Tutti sanno che gli Appennini costituiscono una sorta di spina dorsale d’Italia, ma forse può essere sfuggito che essi sono suddivisi in Settentrionali, Meridionali ed Occidentali, iniziano dal Colle di Cadibona in Liguria e terminano al passo dell’Aspromonte in Croazia. 
Fanno un giro un po’ lungo, ma sono davvero suggestivi, specie perché l’Appennino Meridionale va da Firenze al Colle di Cadibona, quindi, se tanto mi dà tanto, quello che finisce nell’Aspromonte Croato è l’Appennino Occidentale.
C’è però chi conclude il suo viaggio attraverso le nostre belle montagne appenniniche affermando, con un sussulto di orgoglio calabro, che l’Italia è costituita dall’Aspromonte.
La nota dolente sono le risorse: infatti sugli Appennini l’abbondanza di pascoli è povera, ma non dire per gli alberi da frutto (allora non diciamolo). 
E’ pur vero che vi avvengono molti vulcani, ma se non fosse per i terrazzamenti, col fischio che si potrebbero coltivare molti ortaggi, come patate, carote, segale e avena. 
Il turismo, del resto, è sempre più ampio e vi si coltivava i cereali, crano e orzo.
Crea una certa tensione il fatto di sapere che sugli Appennini, mano a mano che si sale, è sempre. 
Dove le Alpi sono mortifere, gli Appennini sembrano essere mistici, una sorta di salita verso l’infinito.
Vanto delle nostre montagne sono comunque i Parchi Nazionali.
E’ bene sapere subito che Parchi Nazionali marini in montagna li ha solo la Liguria, quindi possiamo sentirci sereni per la foca monaca delle Alpi Marittime che si trova in habitat protetto, ma non altrettanto si può dire per i coralli delle Retiche, minacciati dal fatto che in questi parchi in quota alcune persone fanno le immersioni sott’acqua per fotografare i pesci, benché ci siano le guardie forestali che tengono d’occhio. E’ vietato dare cibo agli animali, ucciderli, non si può buttare carta o spazzatura perché può danneggiare l’acqua, e non si può andare in motoscafo perché si può disturbare i pesci. 
Nei parchi Nazionali c’è molta flora, per esempio molti fiori, ma ci sono anche molti animali: capricorni, armellini, dondole, guffi e spolvieri. 
Mi sono documentata sullo spolviero: è un uccello bellissimo dotato di un morbido piumaggio, vittima della caccia indiscriminata da parte della multinazionale Swiffer e del bracconaggio di casalinghe vanesie che se ne servono per pulire casa. Spolveramento non sostenibile.

Dopo aver letto questi capolavori di fantasia geografica, se da un lato sarei molto curiosa di trascorrere le vacanze sui nostri monti, magari facendo immersioni o guardando guffi e spolvieri con il binocolo mimetizzata da pino mugo, dall’altro un po’ li temo.
Aspetto di sapere cosa mi scriveranno a proposito di mare e colline prima di prenotare.


27 gennaio 2012
<Alcuni amici l'hanno già letto, ma ieri sono tornata a scuola dopo le vacanze di Natale ed ero così giù di morale, che mi sono andata a rileggere questo. I bambini sono persone così sorprendenti, che a pensarci bene faccio il lavoro più bello del mondo.>