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domenica 17 marzo 2013

Ragù for dummies


Ammetto che si tratta di una debolezza, ma ogni tanto mi vado a leggere in rete le ricette dei piatti tipici bolognesi, quelli che ho visto preparare in casa fino da quando ero bambina e che anch’io cucino ormai da una vita.
C’è sicuramente una forma di supponenza, quella di chi sente di appartenere a una ristretta cerchia di eletti che certe ricette le conoscono da sempre.
A dire la verità non si può neanche parlare di vere e proprie ricette, è più corretto piuttosto riferirsi a conoscenze di un sapere così antico e così radicato, da avere perso le tracce  di quella volta che le abbiamo imparate.
Il ragù bolognese è senza dubbio la specialità per la quale questo discorso vale più che per qualsiasi altro piatto.


Leggere la ricetta del ragù mi diverte moltissimo, ho sempre l’impressione che si parli di qualcosa d’altro rispetto a quello che ho sempre fatto o mangiato io,  quello che vedevo preparare dalla mamma, o dalla nonna, o da Carmen - la mia amatissima dada, o da mia suocera, o da mio marito: tutti ragù meravigliosi, tutti diversi, tutti veri ragù bolognesi.
C’è una distanza enorme tra la ricetta formalizzata e quella casalinga, data senza dubbio dalla pratica, da un bagaglio di lunga esperienza e dal gusto personale che rendono la seconda irripetibile da chiunque non ne sia l’originario creatore.
Alla ricetta formale mancano l’amore e la cura che ciascuno di noi mette nella preparazione, non c’è traccia di quel tocco che rende ogni ragù diverso dall’altro, e che non è assolutamente possibile individuare.
Esiste una ricetta ufficiale del ragù, depositata dal 1982 presso la Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Bologna da parte dell’Accademia Italiana della Cucina, e personalmente consiglio di seguirla solo la prima volta - se non conoscete qualche bolognese che ve la racconti o vi mostri come si fa-  poi buttatela e cominciate a metterci del vostro. 
Indubbiamente con la ricetta il sugo vi verrà benino, ma non molto diverso da quelli che si comprano confezionati o da quello che all’estero usano per condire gli spaghetti: un ragù standard, senza personalità, dignitoso ma senza guizzo di genio.
Per inciso, già che ci sono: gli spaghetti al ragù sono un’eresia, e non voglio aggiungere altro, perché la sola idea di un simile uso improprio di uno dei sughi più buoni del mondo, accoppiato contro natura con una delle paste più buone del mondo, mi offende.
E visto che mi voglio togliere un altro sassolino dalla scarpa, desidero essere molto chiara circa l’uso della pentola a pressione per preparare il ragù: se lo fate costituitevi, è un reato.
Certo, potreste avere l’impressione che sia venuto benissimo e che non si avverta alcuna differenza tra il vostro ragù e quello preparato con il procedimento tradizionale -e forse potreste anche avere ragione- ma dentro di voi dovrebbe premere un profondo senso di colpa per avere mistificato, per avere guardato solo al risultato eludendo il rituale, incuranti di quell’ingrediente prezioso in cucina che è la pazienza, importante quanto la buona qualità degli ingredienti.
Il ragù bolognese è frutto di una liturgia ben precisa, che per i non religiosi chiamerò algoritmo -rappresentabile anche con un diagramma di flusso, a voler essere  proprio pedanti sull’approccio scientifico.
Da noi  si dice: “Il ragù va custodito”. 
É una verità di profonda saggezza, che lascia intendere come questo sugo non possa vedere la luce da cuochi distratti, frettolosi, poco motivati: se occorrono minimo tre ore, per quel tempo è necessario dedicarsi al ragù. 
Certo, nel frattempo si possono svolgere anche altre faccende, ma devono essere poco impegnative e non sottrarre al sugo la necessaria concentrazione e le cure indispensabili: va guardato, rigirato, assaggiato, amato per tutto il tempo.
Tre ore sono il minimo e poche storie. Se poi sono quattro è anche meglio.
Mio figlio, che potrebbe lavorare come assaggiatore ufficiale di ragù bolognese, a metà cottura comincia a provarlo con il pane - a dire il vero si fa dei veri e propri panini-  e poi esprime il suo autorevole parere. 
Dopo un paio d’ore di cottura di solito è: “ Buono, è già buono così, anche se è giovane. Quando sarà finito sarà ottimo”.
Normalmente torna dopo un quarto d’ora, si fa un altro panino, commenta ancora scuotendo la testa compiaciuto e chiede: “Tra quanto sarà pronto?”
“Un’ora o due”- rispondo io.
Il profumo che impregna la casa addolcisce l’attesa, ma allo stesso tempo la rende struggente, tuttavia mio figlio non manifesta alcun segno di protesta, non un cenno di impazienza: sa che è così, sa che la perfezione di un ragù richiede tempo.
La ricetta ufficiale enumera gli ingredienti riferendosi alla carne in etti, unità di misura sconosciuta in casa mia: da noi si ragiona sempre in chili.
Con due chili e mezzo di carne mi vengono tre barattoli grandi di ragù, che il più delle volte ripongo in parte nel caveau del freezer, per ogni evenienza. 
Quando ne ho bisogno lo faccio scongelare, poi lo riscaldo con un po’ di latte ed è come nuovo.
Uso la carne di manzo migliore, che faccio macinare apposta, e ci faccio sempre aggiungere una piccola parte di salsiccia per renderlo più saporito; poi, in ordine di apparizione, finiscono nella grande casseruola: olio e burro, o lardo, sedano carota e cipolla, vino rosso, triplo concentrato di pomodoro, brodo granulare, passata di pomodoro, sale, latte. 
Gli ingredienti vanno aggiunti uno alla volta: prima il soffritto, poi si fa rosolare la carne, poi si mette il vino rosso e comincia la prima ora di attesa -finché il fuoco lento non avrà fatto assorbire tutto il vino- poi il concentrato di pomodoro diluito nel brodo - e si aspetta- poi casomai la passata se piace il ragù più rosso- e ancora attesa- infine il latte -e via ancora ad aspettare, sempre mescolando, sempre assaggiando ogni tanto, sempre verificando che il sale sia giusto e la carne non faccia grumi.
Tre ore minimo, e va custodito.
Non è solo il sapore che ci dice che è pronto.
Il ragù finito ha un profumo e un aspetto che non ingannano, che sanno parlare al cuore del suo genitore, il solo che possiede quella specifica sensibilità che permette di comprendere se quello è il sugo perfetto, della giusta consistenza a seconda che si intenda utilizzarlo per condire la pasta, o le lasagne, o la polenta.
Io lo faccio così, è la mia ricetta personale, e come ho già detto è diversa da quella di ogni bolognese che prepari il ragù secondo la sua personale ricetta.
Va detto che ciascuno è convinto di essere depositario del sommo segreto sapere, non accetta critiche e non sente ragioni su procedimenti diversi, nella monolitica convinzione che il proprio ragù sia il migliore di tutti.
Ovviamente si tratta di un errore, perché il ragù migliore di tutti è il mio.


domenica 24 febbraio 2013

Vade retro, tablet!


Quando ho cominciato ad andare a scuola, nel 1966, usavo la penna con il pennino e l’inchiostro.
Per tutte le elementari mi sono arrangiata con il calamaio, la carta assorbente e le macchie sulle dita e quando si passò alla stilografica mi sembrò una rivoluzione epocale.
Conservo ancora i miei quaderni delle elementari: sembrano miniati da un monaco benedettino, ma sono bellissimi. 
I nostri libri erano terribili a riguardarli ora, avevano una grafica poverissima e sembravano tutto fuorché libri per bambini.
Ma la nostra immaginazione volava lo stesso, anche perché a casa avevamo i fascicoli delle fiabe sonore, quelle con i vinili a 45 giri e il libro illustrato.
“A mille ce n’è, nel mio cuore di fiabe da narrar...” era l’inizio della canzoncina che apriva ogni racconto, un sistema super tecnologico degli anni ’60 per far leggere i bambini. 
Perché nessuno di noi, neppure il più pigro, si sarebbe accontentato solo di ascoltare il disco senza sfogliare e seguire la lettura su quegli album illustrati, con le figure bellissime che ogni tanto ci sforzavamo di copiare, o di ricalcare appoggiando le pagine a un vetro.

Verso la quarta elementare abitavo vicino all’Antoniano, dove c’era un mercato dell’usato. Si trovavano anche i libri e il mio divertimento più grande era andare a scovare, selezionando intere montagne di volumi di tutti i tipi, qualche romanzo per ragazzine della collana “Betty” della Capitol, di cui andavo pazza. 
Con la paghetta mi acquistavo un libro nuovo, se mi piaceva me lo tenevo, altrimenti lo andavo a scambiare con un altro che trovavo all’Antoniano, che talvolta tenevo per un giorno solo, giusto il tempo di leggerlo e di decidere se tenerlo o scambiarlo di nuovo. 
Ormai quelli del mercato dell’usato mi conoscevano -una bimbetta magra e lunghissima, bruttina, con occhi enormi sotto le lenti degli occhiali- me lo lasciavano fare e a volte, addirittura, se mi vedevano indecisa tra due libri, me li davano entrambi. 
Ne ho divorati una quantità incredibile, poi sono passata ai gialli, poi...
Libri, meravigliosi, belli da sfogliare, con quel profumo di carta stampata che sta al terzo posto degli odori buonissimi dopo il pane appena sfornato e la pioggia d’estate, libri che non so più dove mettere, che ora riesco a leggere così poco perché sono sempre troppo stanca, o indaffarata, o poco concentrata, ma comunque c’è l’estate per ritrovarmi con una fame di libri che devo saziare, libri, che belli che sono i libri...
Sono cresciuta così, con i libri tra le mani e l’inchiostro sulle dita.
Sì, certo, anche tantissime altre cose: mi hanno insegnato a ricamare, a usare ferri e uncinetto, a confezionare semplici abiti, a fare la pasta a mano, tutte cose che so ancora fare, più o meno bene e che nella vita mi sono servite, se non altro per rilassarmi, fermarmi, concedermi il tempo di pensare, imparare a concentrarmi.

Utilizzo il computer da più di vent’anni. All’inizio lavoravo con una primitiva versione di Windows, credo il 3.1, e avevo un pc enorme che ho imparato ad usare da sola. Le ho viste tutte le versioni di Windows, finché non sono passata al Mac due anni fa. 
Sono bravina, per essere una ragazza dei sixties e non aver mai aperto un manuale di informatica. 
Vado a intuito, per prove ed errori, ogni tanto mi vado a cercare istruzioni online e ho una gran pazienza, forse quella che ho imparato scrivendo con il pennino, cercando libri nei mucchi, o lavorando all’uncinetto.
Perché io credo, da antica quale sono, che il percorso sia più importante del risultato e che, salvo se si deve prendere un treno, non ci sia alcun bisogno di avere fretta. 
Mi rendo conto che la tecnologia offre infinite possibilità, bypassa molte difficoltà, mette in comunicazione in tempo reale milioni di solitudini diversamente declinate, ma mi rendo anche conto che per certi aspetti ne sono diventata schiava anche io. 
Per la paura che mi ha presa di perdere la musica raccolta pazientemente sul computer negli ultimi dieci anni, mi sono comperata un server domestico e il mio amico Mauro -altro ragazzo dei sixties- è venuto dalla Brianza per configurarmelo. 
Con calma, nel frattempo aveva da cucinare una cassouela.
Va bene, la Brianza non è la Silicon Valley e io non ho in casa il server della NASA, ma è per dire che noialtri siamo cresciuti a pasticci sui quaderni e libri poverissimi, ma ce la caviamo molto bene anche con le faccende moderne, mentre restiamo legati alle nostre tradizioni antiche.

A scuola vogliono dotare i bambini di tablet, che all’inizio sostituiranno i libri e i notes per gli appunti, poi con il tempo anche i quaderni.
Il progresso ce lo chiede. 
Non sanno allacciarsi le scarpe, non sanno ritagliare, alcuni arrivano a scuola che non sanno neanche tenere in mano la matita e la maggior parte esegue i compiti senza leggere la consegna. 
Tutti sono accomunati dall’essere concentrati solo sul risultato e dal considerare la velocità un valore.
L’applicazione regge per poco, degli errori non deve restare traccia e spesso li si vede che si accasciano sul banco, scrivono con il mento appoggiato al foglio del quaderno e se potessero avere un telecomando in mano, la maestra sarebbe solo una delle tante schermate di uno zapping annoiato. 
Per fortuna non hanno un joystick, altrimenti proverebbero a spararmi.
Perché quelli, invece, li sanno usare benissimo, anche se nessuno glieli insegna. Sanno usare il cellulare meglio di me e non c’è gioco di velocità al computer nel quale non darebbero dei punti a qualsiasi ingegnere elettronico cinquantenne. Hanno i pollici più veloci del West.
Sono nativi digitali, sono già nati programmati con le conoscenze rudimentali dei genitori e sono stati sempre immersi nella tecnologia da quando hanno emesso il primo vagito, monitorati, filmati e fotografati in tempo reale da apparecchi digitali. 
Un nanosecondo dopo aver visto la luce viaggiavano già nell’etere tramite MMS, salutati da uno schermo da parenti e amici.
A volte ti chiedono basiti cosa sia un pettirosso, ma sanno riconoscere un iPhone.
A questi bambini il tablet non bisogna darlo, per nessun motivo al mondo.
Li si priverebbe del fruscio delle pagine dei libri, degli esercizi pazienti di bella calligrafia -cioè di grafia bella bella, per i grecisti- si toglierebbe loro il piacere di assaporare l’odore di vaniglia di certe pubblicazioni per i bambini, di guardare le figure e di provare a copiarle.
Nessun bambino può ricalcare un disegno da un tablet: se lo appoggia su un vetro non diventa trasparente.
Gli si negherebbe il diritto di sbagliare e di vedere i suoi errori, perché il computer corregge tutto e non ne lascia traccia, talvolta è lui stesso a dire dov’è lo sbaglio e come si può rimediare, sollevando chi lo usa dal pensare, tanto alla fine tutto sarà perfetto senza che rimanga alcun ricordo del percorso, meglio ancora che nei videogiochi dove finiscono le vite e tocca aspettare che si ricarichino.
Non dobbiamo dare un tablet in mano a un bambino di sei anni, ma neanche a uno di dieci, o di tredici, perché di oggetti elettronici ne hanno tra le mani già troppi e il confine tra funzione e gioco non lo conoscono. 
Non glielo dobbiamo dare per nessun motivo al mondo perché sono già schiavi della tecnologia e perché di questo passo non sapranno più scrivere, né contare, né riconoscere da soli se 6 x 8 fa 48, o 1.345, un altro numero a caso, perché perderanno il gusto di farsi domande e creare problemi, completamente  intorpiditi dal non uso del corpo e della fantasia.
Non si deve dare un tablet a un bambino perché è vero che ora l’accesso a qualunque informazione è a portata di un clic, ma la capacità di filtrare e selezionare tutti questi dati viene dall’esperienza, quella che si fa pensando, sperimentando, osservando, ascoltando, disegnando, annusando, sbagliando, cercando e tutti i gerundi antichi che vi vengono in mente.
Con calma, prendendosi tempo.
Bisogna cercare di limitare più possibile la tecnologia nella vita di un bambino e lasciarlo essere un bambino, tanto è già capace di usare questi aggeggi.
Bisogna insegnargli a vivere senza tecnologia, a metterla al suo servizio, non a esserne schiavo, altrimenti l’unico uso che farà del cervello sarà per comandare i pollici, e poco importa se sono opponibili.
Quello che della tecnologia non sa, lo imparerà da solo, come ho fatto io, come ha fatto il mio amico Mauro, come abbiamo fatto tutti noi cresciuti con mezzi poveri, ma con il nostro mezzo più potente e sofisticato sempre in attività.
Quello che vorrà o dovrà imparare di più, lo imparerà quando sarà in grado di avere, come noi, un’uscita di sicurezza in caso di blackout.





domenica 30 dicembre 2012

L'armadio delle meraviglie


Quando la nonna cucinava si sentiva un odore meraviglioso che si spandeva per le scale.
Ho abitato di fronte a lei per anni, quindi era facile suonare, entrare in cucina e rubare una polpetta prima che arrivasse nel piatto da portata. Erano irripetibili quelle polpette, tra gli ingredienti c'era un pezzettino di lei che solo lei possedeva. 
Lei si muoveva come danzando, con movimenti armoniosi e incantevoli che l’esperienza aveva reso naturali, e sapeva sempre quale piatto era il preferito di ciascun nipote. 
Io amavo la zuppa inglese, un trionfo colorato di crema pasticciera, budino al cioccolato e pan di Spagna imbevuto di liquore.
Poi giocavamo a sbarazzino e all’inizio mi faceva vincere, ma crescendo non ce n’è stato più bisogno.
La nonna era odore, soprattutto, e tatto di quella pelle morbida e chiara che sapeva di pulito, di buono, di onesto. Era curiosa la nonna, e possedeva una dignità che non ho mai più visto in nessun altro al mondo. 
Ma era soprattutto odore, e piacere dei sensi ogni volta che mi abbracciava.
Era odore anche il nonno, che ho perso troppo presto per potermi ricordare altro: sapeva di brillantina nei baffi e quando mi teneva sulle ginocchia mi sentivo rassicurata. 
Aveva gli occhi buoni e mi amava moltissimo. Forse perché ero la prima nipotina, quella che aveva addormentato correndo lungo il corridoio mentre cantava l’inno dei bersaglieri. 
Mi faceva fare tutte le foto possibili dagli ambulanti che passavano per strada. Ne ho su draghi di cartapesta, con caprette, pagliacci, piccioni e palloncini. Per lui ero bellissima, anche se non lo ero.
Gli odori…e quel piacere profondo che si prova quando si sente l’amore di una persona.
L’altra nonna mi ha insegnato a leggere e a scrivere a quattro anni, mi dettava le parole da inserire negli schemi di enigmistica, e si arrabbiava moltissimo perché non contavo le caselle, ma io le parole le vedevo, sapevo che erano giuste. 
Mi aveva insegnato a porgere con grazia il vassoio delle sue meravigliose praline agli ospiti, a salutare facendo un piccolo inchino, a camminare a testa alta e a stare composta a tavola. 
Nel mio abitino col nido d’ape, con i riccioli raccolti sulla testa, certi gesti sono diventati parte di me e ancora oggi, quando sono come al solito altrove, un piccolo accenno di inchino mi sfugge. La nonna era classe, intelligenza, cultura.
E poi il nonno, il patriarca, quello che si era arruolato volontario nella Grande Guerra come alpino.
Si faceva radere solo dal barbiere e si è sempre seduto a tavola vestito di tutto punto per rispetto a sua moglie che aveva cucinato. Aveva un senso della giustizia che stupiva e talvolta ci faceva sorridere. Organizzava ogni anno una riffa tra i quattro figli, con altrettanti “lotti” di ricordi di famiglia: pizzi ricamati dalla bisnonna, dipinti, strenne della sorella in via di beatificazione, ricordi di guerra. 
Per non favorire nessuno, un nipotino a turno estraeva l’ordine secondo il quale i figli avrebbero successivamente estratto il loro lotto. 
In quei pacchi si nascondevano tracce della nostra storia. 
Il nonno aveva un armadio delle meraviglie, nel quale teneva sotto chiave i ricordi più preziosi. In quelle occasioni lo apriva e ce ne mostrava il contenuto, ma mai tutto…qualche oggetto ogni volta, ciascuno con una storia bellissima e lontana, tanto più bella quanto più era vera e parlava di persone che erano in parte dentro di noi. Ricordo la curiosità, lo stupore, anche nel riascoltare racconti già sentiti.
Questo è stato il mio pieno di bellezza, quello che è venuto prima di Omero, della musica, dell’amore di un uomo e di tutti i cerchi che si sono allargati sul mio tronco, lasciando intatta, per fortuna, anche la bambina curiosa e stupita, che ha imparato ad annusare, a toccare, a guardare, ad assaggiare e ad ascoltare.



Mi dicono che ho un carattere difficile, ma forse è solo perché ce l’ho.
Forse ho imparato a conservare in un armadio delle meraviglie i miei ricordi preziosi e non temo la malinconia. 
Ho un carattere difficile, lo so, ma non mi piace gridare, trovo inutile la scortesia, penso sempre che anche le verità più dure possano essere presentate in bel modo. 
Difficile perché amo la chiarezza, perché l’integrità delle persone che mi hanno riempito la vita quando ero piccina ha gettato fondamenta indistruttibili. 
Quando il nonno apriva il suo armadio delle meraviglie potevo solo dire cosa avrei fatto da grande, ma non sapevo neppure cosa volesse dire essere grande.
Poi la vita gioca con i nostri destini a volte in modo crudele e da grandi sembriamo molto diversi dai bambini stupiti che siamo stati.
Eppure quella bambina c’è, ogni tanto vorrebbe mollare e smettere di cercare ancora quel guizzo di stupore, ma poi i nonni ritornano, in ogni gesto, nei rituali, nei pensieri, nello sguardo con cui osservo il mondo e allora ricomincio a credere che sia possibile.
Possibile ora, da grande, adesso che sento bisogno e voglia di quiete, trovare qualcuno che abbia voglia di aprire il mio armadio delle meraviglie, abbia la pazienza di ascoltarmi, ben sapendo che non aspetto altro che aprire il suo armadio delle meraviglie e ascoltare la storia di ogni minimo momento importante della sua vita.
Occorre solo avere un po’ di tempo per fermarsi e stupirsi ancora.



sabato 29 dicembre 2012

Brasato


Non è che lo faccio spesso, il brasato.
Anzitutto è un piatto molto costoso, in secondo luogo è facile, ma brigoso.
Questa volta però ne avevo davvero voglia e il macellaio mi ha preparato un pezzo di manzo da un chilo e mezzo che era spettacolare anche crudo.
L’ho messo a macerare con tutte le spezie, immerso nel vino, che non era Barolo.
Certo, se non si è chef, basta un vino simile, bisogna solo avere l’accortezza di farlo bollire due minuti prima di usarlo. Dopo due minuti di bollitura tutti i vini diventano più o meno uguali, se non si è chef.
Poi l’ho coperto e l’ho lasciato riposare.
Ogni tanto andavo a girarlo e a parlargli. Lo osservavo per capire se davvero si stava frollando, o se fingeva.
Un giorno intero così, ventiquattro ore.
Al momento della cottura lui era esausto, io tesissima.
Far rosolare un pezzo simile richiede grazia e massima attenzione: la crosticina deve essere uniforme, non troppo spessa, non troppo dura, e se in un piccolo punto diventa troppo scura l’incanto si spezza.
Per sicurezza, sul fondo della casseruola ho abbondato con olio e burro, che poi ho fatto sgocciolare fino ad eliminarli quasi del tutto, perché non restasse troppo grasso oltre a quello del lardo di Colonnata destinato a sciogliersi durante la brasatura.
Poi è iniziata la maratona del fuoco lento, quella che già dopo un’ora impregna la casa di un aroma spesso, lievemente alcolico, invernale e antico.
Ogni quarto d’ora provvedevo a girarlo, mantenendolo sempre umido e allungando il sugo di cottura con il brodo. No, non il brodo granulare: quello della pentola, quello di cappone, polpa, doppione e coda, per intenderci.
Altre tre ore così, sul filo della tenuta nervosa, rischiando grosso con la pentola di coccio, che è generosa e accogliente, ma suscettibile al fuoco troppo vivace. 
Pentola di coccio, sottopentola di ghisa, brasato che bolle per tre ore: sto invecchiando, davvero.






Infine, l’ultimo passaggio.
Ho raccolto la carne, perfettamente uniforme e l’ho deposta su un piatto da portata. 
Non è un caso che fosse una porcellana degli anni Trenta.
Poi ho preso il passaverdure. Quello manuale, quello con le rotelle.
Ho macinato, verificato la consistenza del sugo, aggiunto un cucchiaio di maizena e, già che c’ero, le verdure della pentola del brodo, in modo da farne una crema.
Ora la carne andava tagliata, sottile, senza romperla.
Il mal di schiena condiziona da giorni la mia mobilità, ma ho stretto i denti in questa impresa che ormai era diventata eroica: ho combattuto le fitte fino all’ultimo, tenendo ferma la carne con la mano, in modo che si sentisse rassicurata dal contatto.
Mi è riuscito tutto, come in stato di grazia.
Le fettine sono state deposte nuovamente nella terrina di coccio, coperte dalla crema.
E’ restato così una notte.
Ha ripreso una cottura lentissima mezzora prima di essere servito, solo per scaldarsi.
Ho aggiunto l’ultimo mestolo di brodo ed ho lasciato che andasse.
“Io ho fatto il possibile”- ho pensato- “ il resto è karma.” 
Quando l’ho servito in tavola, accompagnato dal suo purè, un po’ tremavo.
Si è sciolto in bocca, memorabile, commovente, semplicemente perfetto.
Un equilibrio di aromi che aveva del miracolo, tutti distinguibili all’olfatto, tutti armonizzati al gusto, tutti ammorbiditi al tatto, tutti amalgamati alla vista in una densa crema rossa nella quale permaneva il vago ricordo del vino.
Non parlava, peccato.
Meraviglioso, il mio brasato è venuto meraviglioso.
Come si cambia però, con il tempo: una volta potevo frollare per tre giorni un manzo di novanta chili, ora raggiungo la perfezione  con un chilo e mezzo di manzo.