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domenica 23 febbraio 2014

Com'è strano oggi il sole

Ne stanno morendo tanti, uno dopo l’altro.
Stiamo invecchiando noi, stanno invecchiando loro ancora di più, alcuni sono malati, altri vittime di fatalità, come tutti gli esseri umani.
Loro muoiono e con loro se vanno pezzi della nostra vita, quelli che hanno riempito di emozioni e ricordi, quelli che sono legati a una canzone, a un concerto, a un abbraccio, a un’estate di confidenze notturne in riva al mare.
Nel rapporto con la morte c’è sempre una buona parte di egoismo: salvo avere amato tanto chi se ne va, tanto da soffrire per la vita che non vivrà più, quello che sanguina in tutti gli altri casi è sempre lo strappo della perdita nel nostro cuore, quello che mancherà a noi.
Quando muore un artista succede esattamente questo.
Nella musica forse più che in qualsiasi altra arte, l’opera e l’artista sono difficilmente scindibili, si ama così tanto certa musica che si vive nell’illusione che la precarietà umana dell’esistenza dell’artista sia assorbita e annullata dall’eternità dell’opera d’arte, e che entrambi godano di un soffio divino di immortalità.
I musicisti che amiamo sono cristallizzati nelle nostre emozioni, dove anche noi siamo sempre gli stessi, sempre uguali alla prima volta a dispetto delle evidenze, ma in tutto questo non c’è errore, perché davvero ogni volta che la musica torna ad avvolgerci, la puntina scorre in cerchi antichi del nostro tronco che non sono mai stati cancellati.
E se la musica è immortale, se è immortale anche il musicista che l’ha creata, quando la ascoltiamo anche noi lo diventiamo e lo diventano le nostre emozioni.
La morte di un musicista spezza la magia di questa illusione e ci riporta alla realtà.
Questo è il pezzo di vita che se ne va, il doloroso rinnovarsi della perdita del senso di immortalità, quello che stordisce e confonde quando si diventa adulti.
Stordisce e confonde ogni volta la ragazzina di diciassette anni che vive e palpita dentro di me, perché questo io sono ogni volta che mi lascio avvolgere dalla mia musica.

Grazie, Francesco.


domenica 25 agosto 2013

La Truzzeide- cap.6: L'horror vacui e la Guerra Musicale 2.0

I Truzzi temono il silenzio, come i vampiri la luce.
Se sono costretti ad esporsi al silenzio, si riducono a un mucchietto di cenere, perciò, quando l’orario e la fisiologia lo impongono, credo che si rifugino in apposite bare, all’interno delle quali vengono diffusi rumori di ogni tipo, possibilmente molesti.
Qualsiasi attività svolgano durante il giorno - e anche buona parte della notte- fanno un baccano del diavolo.
Se sono in due, gridano tra loro, spesso accompagnati anche attrezzi di varia natura; se sono da soli, commentano ad altissima voce ogni gesto, come se fossero in presenza di un interlocutore immaginario, molto sordo; se sono in gruppo, gareggiano a chi strepita di più.
Quando il loro frastuono è frutto della sola voce, è sempre ridondante rispetto al messaggio che intendono scambiarsi, in quanto condito con versi animaleschi, sguaiati e insensati, la cui funzione probabilmente è rafforzativa, o forse fa parte di un rituale sessuale, o mira a stabilire ruoli e gerarchie tra truzzi adulti e cuccioli di truzzo.
Per una sorta di horror vacui, non sono in grado di compiere alcun gesto senza vociare, pena la paralisi, ma al contempo solo una percentuale irrilevante di ciò che dicono ha una logica, trova un corrispettivo nel contesto o può risultare di qualsivoglia interesse per chiunque non sia truzzo, e di quel livello di truzzità.
Un truzzo meno truzzo dei Truzzi, infatti, ogni tanto verrebbe attraversato da quell’ineffabile raggio di luce che lo porterebbe a una pausa di riflessione, mentre per i Truzzi ciò non avviene mai.
Ogni attività che i più compiono in modo civile, diventa per i Truzzi occasione per fare rumore, indipendentemente dall’orario e dalla presenza di esseri umani e/o animali. 
Devono gonfiare un canotto alle due del pomeriggio? Lo fanno con un compressore. Arrivano con l’orribile utilitaria rosa nel cortile condominiale? Strombazzano, poi sbattono la portiera e infine emettono un ruggito di richiamo. Tutto così.
Quando le faccende quotidiane esauriscono il loro potenziale fragoroso, inventano pretesti, come montare un canestro in terrazza -per palleggiare a mezzanotte-, spostano dei mobiletti, o accendono il televisore su un canale di cartoni animati solo per invitare il Truzzino a guardarli, urlando anche se il piccolo si trova a pochi passi, oppure chiamano il povero Gianmaria/Skorpion/Pippo, che se ne guarda bene dal farsi vedere e se va scodinzolando nel silenzio dei giardinetti, o anche accendono il motore dell’auto  con la scusa di controllare qualcosa e lo lasciano acceso per mezzora.
Per non dire dei progetti d’avanguardia che il Truzzo realizza in garage, o delle periodiche grandi opere sulla terrazza, per le quali trapano e fresatrice si mettono in moto sempre durante i miei tentativi di pennica pomeridiana, o dopo cena, al buio, offrendo così ulteriore pretesto al Truzzo di gridare ordini alla Truzza che gli regge la luce a sua volta urlando consigli idioti, ai quali lui reagisce con obiezioni altrettanto idiote, per finire in risate e versi primitivi.
Sono sempre indaffaratissimi e certamente insonni.
Nel corso degli anni, ad ogni successiva primavera, la terrazza ha visto un’escalation di opere, strutture e innovazioni varie, perciò se il primo anno hanno messo radici sulla mia tolleranza, nel tempo si sono sempre più allargati, fino ad arrivare a questa estate, durante la quale mi hanno letteralmente logorato i nervi.
Sono arrivata ad un tale limite di sopportazione, che ho iniziato a reagire.
Loro fanno casino, io metto la musica a volume altissimo, cercando di scegliere quanto a mio parere possa risultare più fastidioso per loro in quel preciso momento.
Ieri sera, per esempio, avevano amici truzzi a cena.
Hanno messo su una grigliata, il cui fumo grasso è entrato tutto nella mia camera da letto. Hanno un barbecue mal funzionante e il Truzzo come fochista è negato. Lambiccavano da metà pomeriggio, strillando come aquile.
Ho cominciato con un gruppo post rock parecchio cupo, per sondare il terreno. Ho alzato il volume, ma non ci sono state reazioni apprezzabili.
Allora ho pensato a cosa avrebbe potuto affossare una grigliata con amici in terrazza e sono passata prima a un trip hop abbastanza triste, poi al misticismo new age dei Popol Vuh, infine ai Carmina Burana di Orff.
Si sono spostati dalla parte opposta della casa.
Oggi ho pensato che nel primo pomeriggio ci potesse stare bene Rachmaninov, seguito dai Joy Division per merenda: alle cinque del pomeriggio sono usciti.
Sono rientrati giusto all’ora di cena e hanno preso a usare un attrezzo che fa il rumore di un rasoio elettrico amplificato, allora sono passata dalle delicate ballate dei Giant Sand, al post-punk dei Dream Syndicate, per lasciarli soli con i deliri di John Zorn e Masada String Trio mentre io sono andata a cenare.
Se solo provano ad accendere il televisore sotto l’orrido gazebo, sono pronta con la discografia completa di Frank Zappa o, a mali estremi, Captain Beefheart. 
Ho munizioni per una guerra lunga e snervante, possiedo armi di ogni genere, dal minimalismo elettronico, ai canti dei nativi americani, alla lirica, alla classica fino al free jazz, passando attraverso tutte le declinazioni di cinquant’anni di rock.
Posso sfoderare Janis Joplin come la Tebaldi, gli AC/DC come musica da meditazione indiana, Springsteen come le canzoni della rivoluzione cubana, i Ramones come Antony and The Johnsons, Brian Eno come i cori delle mondine.
Se sarò costretta, sposterò le casse più vicine alla finestra, disponendole in modo che la musica arrivi più direttamente nel cortile condominiale.
Per ogni attrezzo che metteranno in funzione, creerò una playlist schizoide, per ogni cena che organizzeranno in terrazza, farò risuonare musica sempre più struggente.

Li ucciderò, di immeritata bellezza, ma li ucciderò.

-continua-

<Trattandosi di opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale>



giovedì 7 febbraio 2013

Chiedetemelo domani


Paolo e io ci conosciamo da trentotto anni e da almeno trentadue siamo molto amici.
La vita ci ha portati ad abitare lontani, perciò ci vediamo pochissimo, ma ci sentiamo con una certa frequenza, soprattutto per parlare della grande passione che abbiamo in comune: la musica.
Capita spesso che ci mettiamo a discutere e va sempre a finire che cominciamo a stilare classifiche o liste.
Una delle nostre preferite è la classifica dei dischi dei King Crimson, ma ogni volta che ne parliamo è diversa e concludiamo dicendoci: “Oggi è questa, ma chiedimelo domani”.
Già, perché domani l’ordine può essere cambiato, specie se dopo averne parlato cominciamo a riascoltarli tutti.

In questo momento, mentre sto scrivendo, il mio archivio musicale conta 952 artisti, 3276 album, cioè 34.762 brani, che equivalgono a 119 giorni, 2 ore, 54 minuti e 6 secondi di ascolti ininterrotti.
Oggi ho scelto un disco dei Caravan del 1971, ieri gli Steely Dan del 1974, l’altroieri un live di Fripp e Sylvian del 1993 e così via.
Li conosco benissimo, ascoltati mille volte, magari ci passo tutto il tempo libero con la cuffia sulle orecchie mentre sbrigo le faccende di casa, porto il cane a passeggiare, carico il carrello al supermercato.
Prendo un disco e lo ascolto anche più volte, magari lo mando in loop finché non mi ha svelato tutte le sue sfaccettature e questo accade sia con musica che ascolto da quarant’anni, sia con dischi pubblicati la scorsa settimana.
Una parte della musica che ho in archivio non mi piace, ma la tengo lì ugualmente, perché non conosco i percorsi del mio cuore, quindi potrebbe accadere che domani quello che ora mi muove un fastidio sconvolga tutto.
La musica ha milioni di sfaccettature e fa vibrare corde molto profonde.
Se ascoltassi sempre e solo le stesse cose, sempre e solo una ristretta rosa di brani che conosco e so di amare, alcune corde che ho non vibrerebbero, o addirittura non avrei mai scoperto di possederle.
Invece ci sono. 
Per il principio di risonanza, ogni nostra percezione necessita di una corrispondenza interna in grado di vibrare e di rimandarci una sensazione, fisica o emotiva. Se questa manca, l’aspetto della realtà ad esso relativo è come se fosse inesistente e non lo cogliamo, neppure se ne veniamo colpiti in pieno.
Quindi ciò che siamo in grado di comprendere del mondo che ci circonda, ciò che ci fa gioire o soffrire, è lo specchio di ciò che siamo.
Quando ascolto certi brani, c’è una sensazione di piacere che diventa sempre anche fisica, pare mutare la densità del sangue che scorre in me, sembra sciogliere grovigli o rispondere a bisogni.
Quando li ascolto tante volte, li riscopro dopo mesi -o anche dopo anni- questa sensazione si rinnova e si amplifica: una parte di me, infatti, li conosce e li riconosce, un’altra tuttavia è come vergine e pronta a recepire qualche dettaglio che immancabilmente c’è e che colgo per la prima volta, perché ogni giorno, ogni esperienza, ogni passo della mia vita mi hanno preparata a farlo creando risonanze nuove.
Allora c’è quell’attimo, quel passaggio, che fa esplodere una bellezza inaspettata, qualcosa che mi appartiene ma che non sapevo di avere.
Riconosco l’attimo preciso, potrei fare una lista del secondo esatto più bello dei brani più belli che conosco - credo che la prossima volta che ci sentiremo, Paolo ed io, glielo proporrò.
Me ne vengono in mente già alcuni: Starless dei King Crimson, quando alla fine si riapre il tema iniziale a 11:18; Dream Gerrard dei Traffic quando entrano le tastiere a 1:53 e il reiterare “with reality, with reality” di Steve Winwood e quella nota lunga del sax di Chris Wood a 5:47; la modulazione della voce di David Sylvian nel cantare “I’ll never let you down” in Wave; la pausa tra “cry” e “baby” che fa Janis Joplin in Cry Baby; il moog di Keith Emerson a 3:03 in From The Beginning...ne ho altri mille, potrei scriverci un libro, raccontando che cosa c’è dentro ciascuno questi attimi dei quali, come il clown di Heinrich Böll, faccio collezione.

Ecco a cosa servono trentaquattromilasettecentosessantadue brani.
Lo so che vivo nel mio mondo, spesso inaccessibile ai più, dove coesistono visioni ed emozioni, sensi e pensieri in una realtà composita tutta mia, ma penso che ognuno con le sue cose sia così, se ha una passione vera.
Questo ascoltare, riascoltare, scoprire e riscoprire è una continua ricerca di attimi fulminanti, di trucchi di radianza, come diceva Sylvia Plath a proposito dei miracoli.

Se oggi mi chiedeste la classifica dei dischi più belli dei King Crimson, direi: Lark’s, Lizard, In the Court, Red, Island, In the Wake...ma richiedetemelo domani.



mercoledì 2 gennaio 2013

Collezionismo


I collezionisti sono compulsivi, si sa.
Sono anche molto pazienti. 
Sono certamente curiosi.
Godono - a torto- di pessima fama, sia nella psicanalisi che nella letteratura.
E’ vero che sono dei solitari, a tratti monomaniaci, inclini a ritirarsi nella loro passione, ma allo stesso tempo sono desiderosi di condividerla, perché l’euforia di ogni nuova scoperta, o della riscoperta di qualche pezzo che si possiede da tempo, è tale da non poter essere contenuta.
Il desiderio di mostrare ad altri ogni nuovo trofeo di valore è autentico e generoso: non nasce da bisogno di ostentare un successo, né dal tentativo di suscitare ammirazione, né tantomeno da un senso di superiorità che si vuole sbandierare, talvolta per nascondere il contrario di tutto questo.
No, è proprio un atto di amore, in primo luogo verso il pezzo della collezione che si è rivelato in tutto il suo splendore, in subordine verso i destinatari della rivelazione, persone evidentemente meritevoli di quella stima che fa pensare che saranno in grado di apprezzarlo e di entusiasmarsi altrettanto.
La felicità del collezionista è tale da risultare impensabile, dal suo punto di vista, che esista qualcuno che non gioisca altrettanto delle sue scoperte, perciò se nessuno se lo fila, come quasi sempre accade, ci rimane malissimo.
In ogni caso non si smonta, dimentica l’ingratitudine e certamente verrà preso ben presto da un nuovo, incontenibile stato di esaltazione, che dovrà assolutamente condividere.
Il collezionista si ripromette di darsi una calmata praticamente ogni giorno, ma dimentica questo proposito ancora più spesso, gli basta una minima scintilla per dar fuoco alla miccia della ricerca continua, della curiosità insaziabile, del bisogno di trovare qualcosa che gli alzerà il livello di adrenalina e gli permetterà di abbandonarsi ancora a quella impagabile sensazione di essere stato investito, travolto e totalmente catturato da qualcosa che ritiene bellissimo. 
Il collezionista è una persona che ricerca emozioni.
Certo, è difficile pensare che ci si possa emozionare con un francobollo, o con un sottobicchiere da birra, o con un magnete da frigorifero, eppure al collezionista accade e bisogna considerarlo un privilegiato.
Nel mio caso sono privilegiata due volte: io, infatti, colleziono musica.
Quando cominciai, quarant’anni fa, non ero propriamente una pioniera, ma certamente una figlia della mia generazione, una che si giocava le paghette in vinili, o che registrava su cassette i dischi degli amici, scambiando con loro tutto quello che si poteva e che sarebbe stato altrimenti proibitivo acquistare.
Registrare i nastri era una faccenda scomodissima: ci si metteva esattamente il tempo del disco, le cassette si rovinavano, si sbobinavano con niente e per trovare un pezzo bisognava diventare abilissimi con i tasti di avanzamento/avvolgimento veloce, magari segnandosi il minuto esatto dell’inizio e mantenendo il sangue freddo quando lo si mancava sempre di qualche millimetro in più o in meno. Era abbastanza snervante, ma eravamo gente animata dalla passione e con il tempo ci siamo temprati.
Per incidere su nastro una compilation ci si poteva impiegare due giorni.
I vinili, dal canto loro, benché dotati di un calore e una pastosità irripetibile, con il tempo si segnavano e cominciavano a frusciare, benché venissero custoditi con religiosa cura. Non tutti possedevano impianti sofisticati quel tanto da trattare i solchi con la gentilezza che avrebbero meritato; la maggior parte di noi, al contrario, aveva dei giradischi con puntine garbate come zappe.
Il passaggio dal vinile ai CD ci parve rivoluzionario, anche se all’inizio i costi non erano affrontabili, sia per un impianto decente, sia per i dischi stessi.
Quando con i primi pc si cominciò a intravedere la possibilità di masterizzare - che altro non era se non il procedimento più evoluto della registrazione delle cassette- si dischiuse un mondo di possibilità che non avremmo mai osato neppure immaginare.
E non avevamo ancora visto niente.
In ogni caso, al di là dei costi, investire in CD era comunque interessante: si aveva la certezza che il tempo non li avrebbe alterati, occupavano meno spazio rispetto ai vinili, garantivano una purezza del suono che non avevamo mai sentito, pur con impianti di media qualità.
In più, almeno per quanto mi riguarda, c’era tutto il piacere della riscoperta di album che non avevo più ascoltato da anni e anni, visto che i vinili li avevo lasciati tutti a mio fratello, per salvarli dalla potenziale furia distruttrice di due cani, due figli  e svariati gatti.
Il primo disco che ho ricomperato su CD è stato In The Court of The Crimson King dei King Crimson: eravamo agli inizi degli anni Novanta.
Negli anni successivi ho ricostruito quasi tutta la mia discografia originale, prima seguendo la memoria e la pancia, partendo dai pezzi più scontati.
Poi la febbre da collezionista ha preso la forma di un preciso progetto e mi sono procurata un elenco ragionato, una sorta di Bibbia, un dizionario del pop/rock di più di mille pagine, che analizza disco per disco quasi tutta la produzione di più di mezzo secolo. Ho scoperto cose pazzesche, che non avevo mai ascoltato a suo tempo, o di cui avevo perso la memoria.
Più comperavo dischi, più ne avrei comperati. 
Si è cominciato ben presto a presentare il problema della catalogazione e della sistemazione sugli scaffali della libreria: in ordine alfabetico, per provenienza geografica, per genere, per periodo?
Scaffali stipati in doppio strato, libri che sparivano per lasciare posto, poi un’intera libreria solo per dischi. 
Con i figli che crescevano e alcuni loro amici,  collezionisti in nuce, che venivano in pellegrinaggio, ammessi al santuario al solo patto di estrarre dagli scaffali un disco alla volta e rimetterlo a posto subito al termine dell’ascolto. 
Neanche una biblioteca domenicana aveva regole così rigide.  

Nel frattempo la tecnologia ha cominciato a mettere a disposizione una gran quantità di sistemi per stoccare la musica, per trovarla, per scambiarla, per poterla ascoltare, per portarsela in giro con leggerezza.
Mica come il walkman a cassette, o il lettore portatile di CD, che costringevano a destinare uno zaino intero alla musica ogni volta che si faceva una gita.
YouTube, iTunes, Amazon, Dropbox, Torrent costituiscono la morte sociale di un collezionista di musica: si trova tutto, si può ascoltare tutto, si può condividere tutto, si compera di tutto, semplicemente con la carta di credito,  a costi abbordabili, comodamente seduti alla scrivania, senza alcun ingombro, se non quello di un hard disk -meglio se esterno- che con il tempo diventa ipertrofico: prima bastavano 250 Gb, ora si ragiona in TB.
Senza muoversi da casa, senza avere il tempo neanche di ascoltare con attenzione tutto.
Se vengono gli amici collezionisti a trovarti, sono muniti di chiavette USB, HD, computer. 
Tutto l’armamentario viene sfoderato sul tavolo, scambiato, discusso, ascoltato insieme, in un susseguirsi di consigli e indignazioni: “Ma come, non hai mai ascoltato...?”
Ne seguono nomi sconosciuti ai più, prelibatezze da iniziati, gruppi che vengono dai posti più lontani e un tempo più alieni a certi circuiti di diffusione musicale: Islanda, Polonia, Norvegia, Armenia, o progetti di nuovi guru che il grande pubblico non ha mai neppure sentito nominare.


Negli anni Settanta ci sembravano già estremamente esotici i tedeschi.
Eppure ci sono cose splendide, non è possibile che qualcuno non le conosca, o non le apprezzi. 
E allora via, con la condivisione, sui social network, sul cellulare, via mail.
Il collezionista di musica è tuttavia soggetto a due fenomeni opposti, ma di identica intensità: la mania e la depressione musicale, una sorta di disturbo bipolare del musicofilo.
La mania prende ciclicamente, quando si scopre, o si riscopre, in mezzo alla folla di nomi e dischi rigorosamente catalogati sul computer, con tanto di immagini delle copertine, informazioni di vario tipo e rating, qualcosa che non era stato ascoltato con la dovuta attenzione, o che non si ascoltava più da tempo.
In questi casi si viene presi da un vortice totalizzante: si ascolta solo quello per giorni, a volte per settimane, nella incrollabile convinzione che non si possa trovare di meglio, che non ci sia mai stato di meglio, né che mai ce ne sarà, o che, comunque, la nostra vita in questo preciso momento non abbia bisogno di ascoltare altro.
Si cercano gli amici collezionisti per tentare di coinvolgerli -quasi sempre senza alcun successo, visto che probabilmente sono a loro volta posseduti dal loro demone del momento- o le persone che si ritiene potrebbero apprezzare, e si arriva in molti casi a recare un autentico tormento, o meglio una solenne rottura di palle, magnificando le doti di ciò che si sta ascoltando, con fervore da invasati, sguardo febbrile e/o trasognato, leggera schiuma agli angoli della bocca.
Le manie sono quasi sempre legate in modo ricorrente a particolari artisti, ma  conservano un aspetto imprevedibile e a volte riguardano nuove scoperte. Questi ultimi casi sono i più pericolosi, perché alla smania di condivisione si somma anche una perniciosa tendenza all’evangelizzazione.
Ai periodi di furore maniacale si alternano momenti- per fortuna rari- di insofferenza: allora si scorre tutta la libreria del computer in cerca di un’ispirazione, che non arriva. 
Le ragioni sono inspiegabili, ma la più probabile è una sorta di saturazione, un’overdose a cui segue il collasso.
All’inizio ci si prova ad ascoltare qualcosa e ci si illude, di quando in quando, di aver trovato ciò che ci rispecchia in quel momento, ma tutto diventa insopportabile dopo poche note, nulla pare poter emozionare e ci si ritrova a pensare di avere passato anni ad immagazzinare una quantità spropositata di Gb di noia.
Un collezionista di musica in stato di depressione è qualcosa che fa male al cuore. 
Con il peggiorare dei sintomi, si aggira per casa incapace di qualsivoglia ideazione o iniziativa, passa davanti alla libreria, guarda i dischi, ne estrae qualcuno a caso e lo accarezza nella speranza di trarre giovamento dal contatto, ma al solo pensiero di ascoltare qualcosa prova un senso di nausea.
Si può restare anche giorni in questo stato pietoso, si arriva persino a dimenticare a casa l’ iPod, tale è lo stordimento.
E’ come se il Nulla entrasse da uno spiraglio della vita e la invadesse, la divorasse, la costringesse al silenzio, privandola dei colori.
Un collezionista di musica che non ascolta musica è un involucro vuoto, privato delle sue emozioni.
In questi casi l’unica possibile strategia è un defibrillatore.
Ci sono brani, o artisti che per ciascuno di noi svolgono questa funzione, bisogna solo imparare a riconoscerli e tenerli a portata di mano, come salvavita, e quando la situazione diventa drammatica, farsi violenza e usarli.
Io, per esempio, ho i Traffic, i Led Zeppelin e i Clash.
“Uno, due, tre... libera!”
Mister Fantasy.
Funziona, sempre.
A poco a poco la vita comincia a rifluire.
La gioia è tale che per un paio di giorni si va in giro con il defibrillatore attaccato, finché non avviene una stabilizzazione e si ricomincia, in totale serenità, una fase di pacifica ricerca, preludio quasi sempre di una nuova fase maniacale.
La ricerca è l’aspetto più divertente del collezionismo, cercare è persino meglio di trovare.
Una volta ci si passava i consigli tra amici, si leggevano le riviste specializzate - negli anni Settanta il meraviglioso Ciao 2001- si ascoltavano i dischi da chi li aveva, o dalle poche radio che li trasmettevano. Poi, dopo lunga ponderazione, se il disco valeva la pena, lo si comperava.
Ora è facilissimo ascoltare anche dischi usciti da un quarto d’ora.
Nella stragrande maggioranza dei casi c’è chi carica subito i brani su YouTube, a volte sono gli artisti stessi, che ben sanno della portata mondiale del web, che fanno uscire un demo ancor prima del disco.
Quindi, basta usare alcune semplici strategie di navigazione.
Mettiamo che un amico posti un video di YouTube sulla pagina di un social network. Lo ascolto, non mi entusiasma, però sulla barra laterale compaiono una serie di video correlati in qualche modo con quello non entusiasmante. 
Si va a curiosare e capita di trovare qualcosa di interessante.
Allora si va a cercare la discografia di quelli, si ascolta, si valuta.
Se non piace la si dimentica, ma se piace si va su Amazon, o sullo store di Apple e si va a guardare cos’hanno comperato quelli che hanno preso il disco che ci sta piacendo. Ne escono decine di suggerimenti, con i quali è possibile ricominciare il percorso. 
E’ facilissimo.
Oppure si vanno a cercare le classifiche dei migliori dischi del genere che ci interessa e si procede poi allo stesso modo.
Le cose migliori degli ultimi due anni le ho scoperte così, folgorata da gruppi di sconosciuti ragazzini olandesi bravissimi, come da oscuri cantautori, o da poco pubblicizzati progetti collaterali di musicisti già famosi, solo perché consigliati da gente che ha comperato un disco che ho comperato anch’io.
Percorsi tra le pieghe del web che a volte richiedono tre, quattro passaggi prima di arrivare ad una buona traccia, ma che portano sempre a qualcosa che, da collezionista quale sono, non mi sarei potuta perdere per nessuna ragione al mondo.
Occorre anche molto tempo, è vero.
Ma da quando ho cominciato sono passati quarant’anni, esco poco, la televisione non la guardo quasi mai, vado a letto presto solo se mi devo svegliare all’alba e sbrigo tutte le faccende con le cuffie nelle orecchie.
Ho anche l’orecchio molto allenato a riconoscere quello che mi può piacere e se qualcosa mi sfugge al primo ascolto, è perché il destino mi riserva di riscoprire dopo qualche tempo il genere di meraviglie che si celavano nella mia libreria.
Nonostante tutto, però, mi ci vorrebbero almeno tre anni di ascolti per almeno tre o quattro ore al giorno per venire a capo di tutto quello che vorrei ascoltare, e se nel frattempo non uscisse nulla di nuovo e di interessante.
Quindi, come ogni collezionista, sono sempre a rincorrere qualcosa che non afferrerò mai del tutto.
Ma forse il gusto è proprio questo, l’avere davanti un panorama infinito, averne altrettanto alle spalle, combattere con le ciclicità dell’umore e non  volersi fermare.
Se divento sorda, abbattetemi.



giovedì 27 dicembre 2012

Di musica

Di musica, perché è di musica che sono fatta io.
Passione antica, credo nata con me.
Da quando ho memoria, ricordo musica nella mia vita: ne ascoltavo da piccolissima, quella dei vinili a 45 giri dei miei genitori, perlopiù soul, R&B, musica melodica  e canzoni italiane degli anni Cinquanta erano la colonna sonora dei miei primi anni.
Poi quella che ho cominciato a scegliere io: quando ero bambina amavo Gianni Morandi, ma del resto sono stata bambina negli anni in cui Gianni ha fatto il militare e con la scusa del latte cercava di incontrarsi con Laura, la sua morosa. 
Già alla fine delle elementari stravedevo per Mina e Lucio Battisti e mettevo da parte le paghette per comperare i loro dischi, che ascoltavo con una specie di carriola come questa qua sotto.

Poi, ad un certo punto, non so neanche esattamente cosa sia successo.
D'un tratto il mio mondo ha smesso di essere in bianco e nero.
Quando ho scoperto la musica rock ero ancora alle scuole medie ed ero una ragazzina di buona famiglia, abbastanza bruttina e molto studiosa, rispettosa delle regole e con un orizzonte piuttosto limitato, nonostante le tante letture, le tante domande e l'intelligenza curiosa.
Il rock è entrato nella mia vita come un treno in corsa e l'ha riempita di colori, ha aperto un panorama infinito di emozioni che mai avrei pensato che esistessero.
Il rock ha operato su di me una trasformazione così radicale e profonda, che spesso mi chiedo chi sarei senza la musica.
Di certo non sarei io.
Non è che sarei io, ma diversa: no, sarei proprio un'altra.
Avrei un'altra faccia, un altro modo di vedere le cose, altre aspettative e desideri, avrei fatto altre scelte, amato uomini che non mi piacciono, avrei figli che non sono i miei ed amici che non conosco.
Spesso penso che non amo la musica perché sono fatta così, ma sono così perché amo la musica.
Altrettanto spesso penso a quanto sono fortunata: avere una passione così grande, che dura da tutta la vita e non accenna a spegnersi, non è mica cosa da tutti.
La musica è ispirazione, stimolo, rifugio, abbraccio, sangue che mi nutre.
Amore, insomma, il grande amore della mia vita.

Se qualcuno ha voglia di ascoltare la mia musica, come la sento io, vada a curiosare tra le recensioni vintage di agesofrock.wordpress.com 
Clara sono io, che ora la mia musica me la porto sempre dietro con questo qui sotto.






mercoledì 26 dicembre 2012

Il mio muso ispiratore

Questo qui è il mio cane.
Cioè, questa qui  è il mio cane, perché è una femmina.
Si chiama Menta, ha quindici anni ed è un cane di razza Bellissimo, intriso di prestigio e bontà.
Nella foto era molto più giovane.
E' la prima foto che pubblico sul blog, perché "Bau2.0" me l'ha suggerito lei, che è una nativa digitale.
C'è chi posta, chi chatta e chi twitta.
Noi abbaiamo.



Un Blog chiunquista

A me piace pensare.
Mi piace anche scrivere.
Amo scrivere quello che penso, visto che penso ciò che scrivo.

La scorsa estate, davanti a un buon prosecco, dopo un bel po' di chiacchiere, un'amica mi ha detto:       "Bibi, ma perché queste cose che dici non le scrivi?"
"Lo farei, se trovassi una buona storia"- le ho risposto.
"Ma non c'è nessun bisogno di una storia, di quelle siamo pieni, e spesso non sono neppure buone storie. Abbiamo più bisogno di pensieri nei quali riconoscerci. A me piacerebbe leggere da qualche parte le cose che mi hai raccontato stasera. Hai vissuto abbastanza, molto intensamente, condividi ciò che hai imparato."- ha insistito lei.
Ho tagliato corto: "Ci penserò".

Poi, poco tempo dopo, un'altra amica mi ha detto le stesse cose, e le due non si conoscono. 
M'è pure tornato in mente che un'altra amica me lo aveva proposto quasi tre anni fa.

Ci ho pensato su, mi sono presa del tempo e so che per certe cose sono davvero lenta.
Il timore è sempre quello del giudizio, non tanto quello degli altri, ma il mio, che è il più feroce di tutti.
Il giudizio di una persona che ha davvero vissuto abbastanza e molto intensamente, ma non ha fatto nulla di così speciale da dover essere raccontato, salvo vivere meglio che poteva, cosa che continuo a fare con gusto.
Non credo che ciò che scriverò sarà così rivoluzionario, né così originale da non poter essere pensato e scritto da chiunque, però magari io ho voglia di farlo mentre la maggior parte degli altri chiunque sente di avere più talento e inclinazione per faccende diverse.
Così il Blog me lo sono fatto, come regalo di Natale.

Un Blog all'insegna del chiunquismo, che a pensarci bene, a differenza del qualunquismo, è una buona e nobile cosa.