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mercoledì 24 febbraio 2016

L'IO dubitante

1- Il Viaggio
Quando cominciai il viaggio ero sola.
Avevo però una bicicletta e uno zaino: la bicicletta era dotata di un lucchetto, di cui tuttavia non possedevo la chiave; quanto allo zaino, ignoravo cosa contenesse.
L’equipaggiamento era evidentemente inadeguato, ma io partii lo stesso.
Questa valutazione la dò ora, ma allora non ne sarei stata capace: ero sola, portavo con me una bicicletta con un lucchetto senza chiave, uno zaino di cui ignoravo il contenuto e non avevo memoria.
Non un ricordo di me, di chi fossi stata prima, né dei significati delle cose.
È quasi impossibile fornire una descrizione di me in quel momento, poiché siamo abituati a collocare le esperienze nello spazio e nel tempo, così che anche l’idea dell’essere sospesa presupponeva un dove e un quando che allora mi erano estranei.
C’ero io, con la mia bicicletta e il mio zaino, materializzata dal nulla in un luogo di cui avevo cognizione senza mai averne avuto alcuna esperienza, in mezzo ad una realtà fatta di dettagli di cui sapevo il nome e lo scopo, ignorando tuttavia da dove mi fosse venuta questa conoscenza.
Di più: non mi ponevo neppure il problema.
Io ero lì.
Per iniziare il viaggio dovetti prendere un mezzo pubblico e ricordo bene che mi si pose subito l'interrogativo del trasporto della bicicletta : se l'avessi lasciata alla fermata senza chiuderla col lucchetto, sicuramente me l’avrebbero rubata ; se l’avessi chiusa non avrei più potuto aprirla.
Mi sembrò ovvio portarla con me, benché fosse una brutta bicicletta color senape alla quale non ero particolarmente affezionata.
Non mi resi conto subito di essere salita su un batiscafo, ma in ogni caso non me ne preoccupai affatto, dal momento che non sapevo neppure dove fossi diretta e perché fosse così urgente – perché era molto importante che mi imbarcassi su quel mezzo – salire ad ogni costo, con o senza bicicletta color senape con il lucchetto a senso unico.
Il sistema di apertura delle porte del batiscafo mi colpì molto: si scendeva all’interno di un ampio vano illuminato da plafoniere rettangolari attraverso una scala che appariva e scompariva grazie a cuscinetti d’aria. La scala era alquanto solida, in ferro, eppure l’aria permetteva che si potesse aprire e chiudere muovendo una semplice leva. I bracci meccanici sbuffavano come grossi stantuffi, spandendo fumo sull’ingresso della sala.
All’interno del vano, grande e vuoto, si percepiva chiaramente di trovarsi in un ambiente pressurizzato, tanto che mi balenò immediatamente il pensiero di cosa sarebbe accaduto se in batiscafo si fosse spezzato nel cuore di qualche sconosciuto abisso, se cioè avrei avuto il tempo di risalire in superficie, evidentemente abbandonando la bicicletta color senape, oppure avrei trovato la morte sul fondo, in una confusione di lamiere spaccate dalla pressione e raggi di ruota contorti.
Non avevo paura, formulavo un’ipotesi.
Durante il viaggio ricordo di aver provato un solo sentimento: la sorpresa.
Non ne conoscevo altri e non avevo paura perché non sarei stata in grado di dare un senso a questa parola.
L’assenza di memoria, infatti, era mancanza di significati: conoscevo tutti i significanti ma non ero in grado di dare loro un senso.
La mia stessa esistenza era solo un significante, perché il significato era la meta del mio viaggio, per quanto io allora non lo sapessi – ammesso che avessi consapevolezza di sapere o non sapere qualcosa.
Continuavo ad essere sola, eppure c’era stato qualcuno a muovere la leva della scala, ma era sparito.
Quando vidi che sulle pareti del batiscafo si aprivano degli oblò, mi avvicinai e cominciai a guardare fuori, così mi accorsi che non ci trovavamo nelle profondità marine, ma sospesi nell’aria, all’interno di una sorta di dirigibile gonfio di vuoto, costruito con ferro pesante e pelle sottile, così forte da poter sopportare la pressione di un abisso, ma così leggero da poter volare.
Formulai un’altra ipotesi: e se la membrana si fosse spaccata? Immaginai di precipitare in un groviglio di pelle e copertoni di bicicletta esplosi.
Si volava lungo alte rotaie di roccia rossastra, graniti acuminati che minacciavano il cuscino d’aria che ci teneva sospesi. Le punte rocciose graffiavano la pelle rigonfia, eppure si continuava a volare al di sopra di un panorama che mutava continuamente.
Ad un tratto sorvolammo una chiesa in rovina, il cui sagrato era stato trasformato in un cimitero di cianfrusaglie: vecchi pneumatici, materassi sfondati, batterie d’auto – una delle quali aveva inciso il mio nome - bombole di gas che giacevano sul terreno come carcasse di animali di ferro senza vita.
Il posto aveva una sua bellezza e in ogni caso mi incuriosì.
Scesi a questo strano capolinea senza più curarmi della bicicletta color senape col lucchetto prepotente : poteva restare aperta, appoggiata lungo il muro della chiesa, confusa con gli oggetti di scarto di quel giardino .
All’interno la chiesa era stata trasformata in un grande appartamento, con una bella cucina arredata con mobili antichi. Dentro una piccola credenza erano disposti con cura pezzi spaiati di vecchi servizi da caffè, vasetti da fiori minuscoli, tanto da contenere una sola margherita alla volta, una rubrica del telefono con apertura a scatto.
Il posto mi parve bello e la giornata era chiara, rinfrescata da un vento leggero che gonfiava le lunghe tende appese alle finestre come vele.
Mi avvicinai ad una di esse e guardai fuori: vidi che quel lato della collina mostrava una salita piuttosto aspra, lungo la quale si muovevano appesi nell’aria i sedili di pietra di una seggiovia, pesanti panchine sostenute da semplici fili, che salivano sfiorando le pareti della chiesa verso una cima invisibile e lontana.
Sotto i sedili, lungo la ripida strada ghiaiosa, anziani contadini sfidavano la fatica salendo, ansimando, forse cantando.
Mi parve tutto molto bello.
Mi voltai e alle mie spalle c’era un grande letto con alti materassi dove immaginai di fare l’amore, se lui – quale lui, che non avevo memoria di nessuno?- avesse accettato di venire con me.
Il pensiero che mi venne allora fu quello di una nascita, dell’inizio di una vicenda il cui svolgimento dipende dalla risposta che viene data all’ingresso del protagonista.
“Eccomi, sono qui”
È l'eroe di un racconto che si scriverà da solo, nel quale la mano che scrive appartiene a ciò che viene scritto.
E dalla risposta dipende il seguito, lo svolgimento di quel vago disegno che conosciamo e di cui abbiamo perso memoria .
La risposta è il filo sottile che seguiamo per ritrovare l’origine, e mentre la storia si scrive da sé formiamo un gomitolo, che teniamo tra le mani.
Ogni bambino tiene tra le mani il capo di un filo.
“Eccomi sono qui”
“ Sei in ritardo" " Sei in anticipo" " Cosa ci fai tu qui?”.
E il filo segue una via.
“Eccomi, sono qui”
“Finalmente”
E il filo segue un’altra via.
La storia si scrive da sé, ma nel seguire il nostro filo, nel formare il gomitolo che stringiamo tra le mani, stiamo scucendo un tessuto che esisteva già e di cui avevamo solo un vago ricordo.
Viviamo a ritroso, camminiamo all’indietro.
Mi venne in mente di guardare cosa avevo dentro allo zaino.
Pane, una torcia, calze, un cappello, guanti, una lampada a stelo, cibo, strumenti di cui avevo bisogno senza che fossi mai riuscita a formularne il pensiero, altri che dovevano esserci, altri ancora che avrebbero potuto essermi utili, cose che mi piacevano, e più mettevo la mano all’interno dello zaino, più estraevo oggetti e mi si materializzavano di fronte, e parole, nomi, idee che prendevano forma, significati che conoscevo da sempre e non ricordavo, neppure il tempo di pensare davvero che già c’erano, neppure il tempo di pensare a tutto perché c’era tutto, tutto era bianco, un contenuto assoluto.
E tutto questo non occupava uno spazio e non aveva avuto inizio , era qualcosa che esisteva dal momento che ero esistita io, che ero esistita da sempre in un luogo assoluto.
Volevo tornare indietro, volevo tornare a qualcosa, ma ancora non sapevo a cosa.
Sapevo che c’era la luce, c’era il vento leggero, c’era un letto per dormire e fare l’amore, c’erano vecchie tazzine spaiate, uno zaino che conteneva l’assoluto e la mia bicicletta aperta lungo il muro della chiesa, una seggiovia di pietra sospesa nell’aria e carcasse di oggetti inutili seminati su un sagrato.
Mi sarei potuta fermare, ma non volevo, mi sarei potuta unire ai vecchi contadini, o scendere lungo la collina in bicicletta, ma non era quella la mia via.
Non mi restava che scrivere la mia storia, e se fosse stato necessario riscriverla ogni volta che non avessi saputo da che parte indirizzare il mio cammino.

2- L’arrivo
Sono nata, almeno credo.
Numerosi indizi mi confermano che non si tratta di una mia illusione – tra l'altro senza pretesa di fregiarsi del titolo di percezione- ma di un fatto storico.
Eppure potrei dubitarne, se non altro perché una immaginazione, laddove fosse pura essenza autoreferenziale, potrebbe aver costruito tutto, compreso quel senso di appartenenza al quale attribuire il possessivo “mio”.
Tuttavia, avvertendo la necessità di raccontare una vita, fosse anche la stessa pulsione a farlo figlia del medesimo puro spirito immaginante, occorre partire da alcuni punti che vanno considerati fermi: dunque io sono nata.
Sono un essere attualmente vivente in un'epoca definita, in un luogo preciso, con caratteristiche oggettivamente riconosciute.
Posso dubitarne, discutere su ogni termine della precedente proposizione, ma devo considerare la mia nascita l'incipit della mia storia personale.
Potrei spingermi più a ritroso, parlando dei genitori, dei nonni o dei bisnonni, fino a risalire agli albori della storia dimostrando con chiara evidenza che io non sono nessuno, nulla se non un anello qualsiasi di una catena di aminoacidi organizzati in strutture complesse.
Nulla se non ci fosse, in un tempo indefinito, in un luogo impreciso, con caratteristiche oggettivamente inconoscibili, la mia anima che parla.
Si è soliti, per convenzione e pur nel rispetto di credo diversi, attribuire un luogo, un tempo e un corpo alle anime, benché viceversa non sia obbligatorio assegnare l'anima a qualsiasi corpo, come del resto è ampiamente dimostrato dai fatti storici, ammesso che anch'essi non siano frutto di ampia socializzazione di immaginari comuni.
A quest'anima che parla è stato assegnato corpo di genere femminile, dato oggettivo quantomeno dal punto di vista biologico, perché la questione squisitamente emotiva connessa al sesso risulta irrilevante alla nascita, specie per il diretto interessato.
Certo, intorno alla creatura immediatamente si compongono aspettative affatto diverse che ne condizioneranno l'educazione, l'assegnazione dei ruoli ed i relativi dettagli -anche minimi - ma quando il nuovo nato ne prenderà coscienza, talvolta parecchi anni dopo, i giochi saranno già stati fatti e gli effetti saranno irreversibili, indipendentemente dalle scelte personali, che appunto verranno considerate conformi, o viceversa alternative, a proiezioni predefinite secondo modelli convenzionali.
L'invocare necessità naturali a sostegno di stereotipi sociali pare espediente volgare destinato a rafforzare ulteriormente i condizionamenti , già opprimenti a sufficienza.
La modesta leggenda di quest'anima narrante immersa nel relativo corpo, vuole che il coagulo che ne è derivato - quell'individuo che chiamo "Io"- sia faticosamente emerso dal corpo di una madre -la mia, quella che l'anima ha profondamente amato - dopo quasi due giorni di tormenti, con gli occhi spalancati, il corpo tumefatto di lividi e la totale mancanza di fiducia primaria.
Non ricordo di aver attivamente partecipato all'avvenimento, ma in qualche recesso di memoria devo averne conservato l'impronta, quella che spiegherebbe la claustrofobia e l'inclinazione alla diffidenza.
Ed eccomi qui, a raccontare una vita, quella che credo la mia, della quale non ricordo il momento iniziale, determinante.
Eccomi, caduta nella trappola di narrare ciò che mi è stato narrato da altri, che hanno creduto di assistere ad un avvenimento che si colloca perfettamente in altre vite - quelle che coloro che ricordano credono le loro - ma non in quella del diretto interessato.
Nessuno, quindi, mi può garantire che tutto sia avvenuto come mi si racconta, neppure se le diverse versioni coincidono quasi perfettamente.
Potrebbe essere un'interpretazione condivisa, un'allucinazione collettiva, magari un complotto, che nulla ha a che fare con ciò che è realmente accaduto a me ed ho provato io.
Questo io, trascinato in un'avventura senza avere possibilità di parlarne con certezza, né di ricordarne i dettagli o di vederne altro se non il riportato di persone che a loro volta non ricordano nulla della loro vera o presunta nascita, sembra frutto dell'ironia perversa e feroce insita in un progetto, del quale tutti fanno parte.
La scienza ha avuto la pretesa di spiegare il fenomeno di questa clamorosa amnesia, ma per quanto siano state elaborate teorie e prove a sostegno di esse, la chiave di lettura e la loro stessa ideazione sono parto di menti definite adulte e strutturate come tali, che al massimo possono essersi spinte fino a tentativi d'immedesimazione che ritengo grotteschi, essendo attuati da persone che a loro volta non ricordano di essere nate.
Dicono che alla nascita non esiste alcuna consapevolezza della propria esistenza e che persiste a lungo il legame simbiotico con la madre, finché non si acquista coscienza di essere altro da lei, ma da cosa derivi questa stravagante convinzione nessuno è in grado di spiegarlo in modo convincente.
Forse non si nasce, ma più semplicemente si passa in una dimensione diversa con regole totalmente estranee a quelle precedenti.
Si sono studiate le percezioni dell'embrione e del feto, fatto che pare assurdo se riferito unicamente ad un corpo in diverse fasi di sviluppo, laddove non si individui anche un'anima, quella che già ha coscienza, un sentore di esistenza eterno ed assoluto, quella che conferisce all'essere in fieri l'individualità che già, tuttavia, dovrebbe esistere anche nel mezzo io potenziale che alloggia in ogni spermatozoo o in ogni ovulo, con enorme spreco di anime ad ogni mancato concepimento, a meno che quest'ultimo non rappresenti l'esatto momento nel quale qualche anima in lista d'attesa trovi una sua collocazione, magari del tutto casuale, in  un corpo destinato a venire alla luce.
Già la casualità biologica insinua un senso di precarietà nell'esistenza, senza che ci si metta anche l'anima a peggiorare la sensazione di essere un elemento qualsiasi tra milioni di miliardi di possibilità, un insignificante granello di sabbia nel caos delle occasioni.
Il corpo non ha un io senza la consapevolezza di esistere, senza ciò che per comodità ho chiamato anima, perciò se alla nascita manca questa coscienza, ma c'è solo percezione, quella che è nata a gennaio mentre nevicava, con gli occhi aperti, dopo due giorni di sofferenza di una giovane donna bellissima, non sono io, ma un corpo biologico nel quale solo in seguito un'anima vagante si è immersa, come si prende un treno per essere trasportati.
È per questo, forse, che ricordo benissimo quando ho cominciato ad essere io e nulla di ciò che è accaduto prima.
Tuttavia si attribuiscono alle creature appena nate e addirittura agli embrioni, elaborazioni di informazioni, non del mero corpo, ma di qualcosa d'altro, tanto che vengono sottolineati i condizionamenti, come marchi a fuoco, che derivano dal periodo precedente alla nascita.
Certo, il cervello: ma è forse credibile ritenere che un organo, per quanto specializzato e organizzato, possa elaborare se stesso?
Neppure col modello cibernetico si può risolvere il paradosso: le macchine funzionano perché c'è chi ha fornito loro il sistema per trattare le informazioni, qualcosa o qualcuno all'esterno che ne ha ideato il progetto e condotto la realizzazione.
Se così fosse esisterebbe un mio creatore, come di chiunque altro, ed io sarei frutto della sua immaginazione in tutti i particolari, in ogni attimo della mia vita, perciò non esiterei come reale ma come proiezione anche ora, mentre la mente che mi ha pensata e mi pensa mi sta immaginando mentre scrivo e la penso, come in un gioco di specchi.
Se smettesse di immaginarmi io non esisterei più, perciò essa pensa di farmi pensare che mi convenga comportarmi in modo da attirare continuamente la sua attenzione per non essere dimenticata e scomparire.
Così come immagina me, concepisce lo spazio e il tempo in cui mi muovo, gli altri individui immaginati che incontro in occasioni ideate, le reazioni di ciascuno, le interazioni, i cambiamenti che ogni contatto produce.
Un'immaginazione sfrenata, che talvolta chiamiamo Dio, che sta al principio di tutto, tale da darci l'illusione di realtà di vite imprevedibili condotte nella distorsione di credere che esistano regole, sostanze, verità, ordini certi.
L'immaginazione è l'inizio, il principio primo, immagina anche se stessa e di essa noi siamo i prodotti, perfettamente immaginanti a nostra volta, come dettagli di una spirale di frattali.
Io immagino di essere nata, a gennaio, con gli occhi spalancati e di aver gridato.
Qualsiasi affermazione che farò a questo proposito, come quelle scritte finora, sarà assolutamente vera e totalmente falsa, come lo sono tutte quelle di ogni essere che si ritenga vivente ed affermi qualcosa di sé o del mondo.
Vera o falsa a seconda che l'immaginazione, che si e ci crea, immagini che lo siano o meno.
Comunque sia andata sono nata, però non lo ricordo.
Ora sono qui, in una situazione sulla cui veridicità non mi sbilancio, in grado di definire solidi e liquidi, di distinguere suoni, di vedere oggetti e colori, di toccare, di mangiare, di sentire disgusto o piacere, di pensare e scrivere, di supporre di esistere all'interno di una rete di significati che mi rassicura credere condivisi pur nella certezza che non lo siano affatto, dal momento che le mie percezioni possono essere interpretate in modo diverso da quelle di ciascun altro essere vivente col quale ho in comune unicamente le convenzioni che le nominano.
Quando ero bambina non mi sono mai accorta di vedere doppio e sfumato: era la mia esperienza e la vivevo con la serena accettazione di chi la ritiene esatta, finché qualcuno non ha ritenuto doveroso adeguare la mia vista, interpretata come difettosa, a quella considerata corretta sul piano fisiologico senza che sia stato possibile - e non lo sarebbe neppure ora, né lo sarà mai- verificarne la corrispondenza con le diverse realtà mentali, e ancora di più con quelle spirituali, dei diversi io assunti a riferimento.
Sono state date ai miei occhi identiche capacità di percezione visiva di ciò che avrei comunque interpretato in modo originale, e soprattutto non confrontabile con le interpretazioni altrettanto originali delle percezioni di chiunque altro.
Nelle infinite possibilità di credere ciò che si vuole senza che nessuno possa confutare le nostre affermazioni con la presunzione di avere ragione, io dichiaro di essere nata e di non volerlo ricordare, tale fu lo sgomento che mi fece gridare.
Dedico il mio grido a tutte le occasioni in cui mi sono detta “lascia perdere” ed ho messo lo spirito sotto vuoto, aspirandogli l’aria.
Circostanziamo pure giorno, mese, anno e modo della mia nascita, ma a me e a me sola spetta il diritto di affermare ciò che il mio grido rappresentava nel momento in cui ho accolto la vita, perché conosco, molto bene, cosa significa avere l’anima immersa nella formalina, priva delle parole che le sono state sottratte.
Allora io non le possedevo, ma il terrore e il dolore erano identici, muti per naturale incompletezza come per scelta.
Tra tutti i pensieri che possono attraversare la mente in certi attimi di autentica angoscia così determinanti, quello al quale non mi sono mai rassegnata, neppure mentre il cordone ombelicale ancora pulsava, è stato quello che mi attendesse un percorso di immensa solitudine, una prospettiva di anni lunghi come millenni che mi avrebbero consumata nel vano desiderio di trovare la certezza di un accordo sui termini della comunicazione che avrei tentato con altri, i quali avrebbero tentato, con identico scarso successo, di fare la stessa cosa con me.
Si grida, perché tutto il benessere che avvolgeva nella culla ovattata del rifugio amniotico, la sensazione di essere fusi con un altro essere e di nutrirsi alla medesima fonte, viene inesorabilmente interrotta e perduta per sempre.
La donna, se diventa madre, ha qualche speranza di ripetere un’esperienza simile durante la gravidanza, benché il ruolo di involucro favorisca piuttosto un senso di onnipotenza che rinvigorisce la solitudine e dilania in modo più consapevole al momento del parto, reiterando la prima amputazione nella madre e originandone un’altra nel nuovo nato, che accoglie la propria vita con lo stesso antico sgomento.
Per un puro atto d’egoismo, originato dal desiderio di provare ancora perfetta fusione, si reca il dolore dal quale non si è mai guarite all’essere che si dice di amare maggiormente.
Per l’uomo questa solitudine disperata trova illusorio rifugio principalmente nel sesso, o nella dedizione totale a un progetto di vita di cui si nutrirà e nel quale si avvilupperà come nella vitale membrana materna.
Solitudine talvolta splendida, ma incurabile, alla quale ci si può abbandonare con atto di suprema dedizione, amando la vita, o contro la quale si può combattere una coraggiosa quanto inutile guerra, fino alla resa o fino alla morte, amando ugualmente la vita.
Qualunque soluzione alternativa che miri a mantenere uno stato di tiepida accettazione e moderato malessere, non ha nulla a che fare con lo spirito in grado di dare senso alla propria storia, che esige di essere estrema, o altrimenti diviene inconsistente.
Quel grido, di sgomento, di terrore, di dolore e di rifiuto, da tutti considerato il primo entusiasmante respiro, è origine anche del primo insopportabile fraintendimento, tutti pronti come siamo a proiettare le verità, che sono solo nostre e che ci contengono, su altri che ne verranno sopraffatti, tanto più in modo insanabile quanto meno avranno, come accade a un neonato, gli strumenti per ribattere.
Si nasce ed il nostro primo atto viene frainteso, salutato come segnale di vita, senza accorgersi che si tratta di un pianto lancinante di fronte alla morte delle nostre primarie certezze.
Affrontando così vulnerabile l’incerto, con l’unico mezzo di cui disponevo - il grido- ho affermato di esistere.
Era gennaio, nevicava.

3- La rinascita
Eccoli, sono tornati.
Li attendevo e finalmente li vedo di nuovo. Sono veli sottili, così leggeri ed impalpabili da poterli solo intuire attraverso l'aria perfettamente tersa. Sono silenziose pennellate d'acquerello, tenui movimenti di luci opache e radenti.
Godono del favore dei cieli autunnali, al mattino, dopo la pioggia, o dei bagliori di primavere precoci incastonati nel cuore dell'inverno.
Li precede un presentimento vago che per giorni mi lascia immobile, paralizzata da pretesti al condizionale, incapace di formulare inutili definizioni.
Tutta la pelle viene carezzata da un'aura quasi impercettibile, che tuttavia si insinua in un corso morbido di palpiti interni.
Non posso concentrarmi su nulla, solo restare in sensibile attesa del visionario abbandono del quale avverto l'imminente onda.
A volte li chiamo, smanio nel desiderio di esserne rapita nascondendomi in uno speranzoso dormiveglia, sorrido a me stessa, mi scindo dal corpo e mi guardo, quasi con rancore nel sentirmi limitata, quasi con amore nell'avvertirmi eletta e predestinata ad assistere al prodigio di questo grande, inafferrabile respiro.
Quando giungono posso vederli in ogni elemento: nell'acqua che scorre, nelle volute di fumo, nelle venature del legno, negli sfioramenti con la punta delle dita di superfici che l'abitudine ha sottratto alla mia coscienza.
Ciò che mi circonda diventa nuovo e inaspettato, ne colgo i dettagli, ne subisco il fascino. Luci ed ombre, piccole curve, morbide geometrie, inclinazioni, spessori, vicinanze di oggetti acquistano significati inattesi, svincolati dalle logiche secondo le quali sono stati creati e disposti, assegnando invece al caso il ruolo di protagonista.
Allora vedo i fili che si intrecciano ad attribuire sostanza a ciò che fino a poco prima sembrava costruita apparenza, si sgretolano vincoli e certezze, a nulla vale cercare nella razionalità alibi per rifiutare questa realtà che si dice distorta pur essendo la sola reale.
Un tempo non era così.
Temevo la venuta di quelli che sentivo oscuri fantasmi.
Avevo bisogno di angolazioni precise e di archivi ordinati. Non c'erano aure, aliti di brezza, morbide danze, ma fiammate, squarci di luce violenta, contraddizioni che si agitavano in un frenetico sabba del quale sapevo d'essere la vittima, povero essere di viscere scure da strappare come sacrificio a divinità spietate.
Venivo frustata, graffiata, lapidata con pietre pesanti se solo osavo alzare lo sguardo a rivendicare le mie piccole, soggettive, fragili verità.
Non c'era attesa, ma terrore; non desideravo abbandono, ma invocavo di non perdere la forza, banalmente umana, che mi sosteneva a non cedere.
Venivo divorata da un pianto interiore di cui avvertivo i morsi: lo sentivo masticare brandelli di me e scavare, sbranandomi, gallerie che restavano vuote e risuonavano cupe di echi spaventosi.
Mi sentivo nuda e ferita, battuta da piogge pungenti come spine, conficcata in terre desolate nelle quali non volevo affondare. C'erano radici prive di linfa e rami secchi da cui la vita defluiva senza possibilità di arrestarla.
Io c'ero, subivo e allo stesso tempo guardavo impotente ciò che mi stavano facendo gli spettri delle mie negazioni.
E maschere, sempre: di argilla, di legno, di metallo per le battaglie più dure, si frantumavano, si sfasciavano in schegge, vi si incidevano profonde fratture, ma ce n'erano altre pronte per non mostrare mai un volto che io stessa non potevo più identificare.
Stavo bene, ero perfetta sul palcoscenico del grande teatro, bastava non guardare l'angoscia negli occhi, la curiosità disperata che vi era riflessa, la muta richiesta di aiuto che baluginava ad ogni incontro che speravo speciale.
Stavo bene, indossavo con stile i costumi di scena, attrice di consumato talento, saggia e misurata. Le piccole sbavature erano intese come vezzi di interpretazione ma già, per taluni, parevano inaccettabili deragliamenti.
Ma io odiavo i miei ruoli, mi corrodevano come ruggine.
Le tempeste e le lunghe notti di gelo boreale le affrontavo sola e coperta di stracci, violata nella carne viva, procedendo sulle braci, nel fango, nei guadi melmosi, in aride steppe.
Quale aurora mi abbia spinta ad uscirne non lo so.
Ho camminato a lungo sul ciglio oltre il quale c'è l'abisso, la consegna irreversibile all'inferno, la perdita, il dolore distillato e sublimato. 
Non ho fatto il passo fatale, ho solo provato la vertigine della caduta, ho resistito all'attrazione magnetica del vuoto.
Poi ho visto riflessi di luce, compreso i colori, desiderato volare in alto, molto in alto, così lontana da non sentire altro che rarefatto silenzio.
E' così che sono tornata viva e diventata pazza.

Tempo fa ho pubblicato su questo blog solo l'ultima parte di questo scritto, che nella sua versione completa è piuttosto vecchio. 
Risale al periodo in cui, per uscire dalla depressione seguita alla morte di mia sorella, mi sono sottoposta ad alcune sedute - otto, per la precisione- di Rebirthing, una tecnica talvolta usata anche in analisi, psicologicamente durissima. In pratica, attraverso l'iperventilazione, si entra in uno stato di rallentamento delle funzioni corporee, ma di sblocco di nodi emotivi, tanto da poter rivivere il momento della nascita (per maggiori informazioni http://www.ilrebirthing.it/rebirthing.html). 
Per quanto venga presentata come una tecnica quasi piacevole, si tratta invece di un'esperienza terrificante, che lascia sfiniti per giorni, porta a fare sogni stranissimi, ma aiuta a sciogliere nodi profondi. 
Magari non è vero, ma a me ha fatto questo effetto, tant'è che sono guarita dal male che mi affliggeva e ne sono uscita pure più resiliente. 
Questi scritti sono sogni, vaneggiamenti e sensazioni frutto del Rebirthing.
Accade però che alcune persone, tra le quali mi includo, ci mettono anni a socializzare l'aver attraversato certi stati d'animo, come se ne avessero vergogna.
Beh, a me è passata.






lunedì 4 gennaio 2016

I giorni maledetti

Ieri mi è capitato di leggere una frase del Macbeth di Shakespeare che mi ha fatto pensare molto: “Date al dolore la parola; il dolore che non parla, sussurra al cuore oppresso e gli dice di spezzarsi”.
Non è nella mia natura parlare pubblicamente del dolore, né del mio né di altri, ne ho pudore, ne ho un tale rispetto che non voglio scivolare nella retorica o nell'autocommiserazione, non voglio adornarlo con orpelli che non gli appartengono, desidero solo guardarlo così com'è, nudo e crudele e lasciare che ancora una volta, per quarantotto ore all'anno, mi scortichi.
Questi sono i giorni della muta, le date maledette che devo superare all'inizio dell'anno per poi continuare a vivere guardando avanti.
Il 6 gennaio di ventisei anni fa è nato Pietro, il mio secondo figlio.
Il 6 gennaio di diciotto anni fa è morta Caterina, mia sorella.
Il 7 gennaio è morto Pietro, a poco più di trenta ore di vita, prematura e intubata.
L'anno scorso, il 7 gennaio, è morto mio padre.
Sono i giorni in cui è avvenuta e si è ripetuta la cesura tra un prima e un dopo, la stenosi dove ristagna la mia inguaribile malinconia.
Ogni anno mi riprometto di non pensarci, ma inevitabilmente inciampo nel primo “se”, quello che dischiude una vita diversa se le cose fossero andate diversamente.
Non immagino una vita migliore, solo diversa, dalla quale io sarei uscita diversa e tutto avrebbe seguito un altro corso.
Anzi, riguardo a Pietro penso con terrore che se fosse vissuto sarebbe stato infelice, oppure per miracolo sarebbe stato bello, forte e sano ma non ci sarebbe stato Eugenio, il mio terzo figlio, e pensare a una vita senza di lui è ancora più insopportabile, così mi sento pure in colpa e cerco di risolvere il problema pensando che li vorrei entrambi, anche se è un'assurdità persino nel gioco assurdo dei “se”.
E da quel primo “se” le mie vite ipotetiche del terzo tipo, che non sono state e non saranno mai, cominciano ad affollarsi nei miei pensieri, sempre nuove e diverse, e al dolore devo sommare la nostalgia per quelle tavolate alle quali non si è mai seduta mia sorella, per quei nipoti che non hanno riempito di allegria la vecchiaia scontrosa e ostile di mio padre, per case nelle quali non ho mai vissuto e per tutti gli altri, non meno importati, che mancano all'appello e che a quelle tavolate, in quelle case, in mezzo a quelle risate di bambini, sono seduti accanto a me. Perché una volta che ho iniziato il gioco a massacrarmi, si apre tutto il grande baule della sofferenza
E mi mancano gli sguardi di quel figlio che non ho visto crescere, le chiacchiere con quella sorella che non ha fatto in tempo a diventare una donna, i momenti di tenerezza con quel padre che mi ha sempre fatto soprattutto rabbia e paura, mi manca lo splendore della mamma che non ha potuto invecchiare e la levità del padre dei miei figli che non è qui vicino a me a condividere la loro vita adulta.
Durante le date maledette più che confrontarmi con la morte – che è già difficile farlo volta per volta, con una morte sola- diventa un confronto con la vita, con le vite.
E non è certo la finitezza nel tempo che spaventa e addolora, ma quella nello spazio, la consapevolezza che non abbiamo alcun "se" da sperimentare, né altre vite possibili se non la nostra. 
É il computo sterile di circostanze nelle quali non ci siamo mai trovati.
E finisce che non so se aggrapparmi alla vita che ho, che è l'unica vera ed è tanto ricca di bellezza, o frustare il cielo con la coda come un leone prigioniero per quelle che non ho avuto, pur con le loro inevitabili miserie, e sono smarrita, sopraffatta dall'impotenza, da un senso di ingiustizia così totale e profondo, che al dolore si aggiunge l'indignazione e piango, piango per ore, piango a caso, improvvisamente, più mi dico di smettere e più piango finché non sono esausta e passa.
E così il cuore non si spezza e riesco persino a fingere indifferenza.
Ma sì, dai, la vita è questa, nessun'altra, non c'è possibilità di scelta di fronte alla morte, se non quella di come reagire, non devo guardare al passato, come sono brava, come sono forte.
Come sono stanca, invece, della memoria e dell'immaginazione, com'è ingiusto che le mie più grandi risorse nei giorni maledetti diventino un fardello e quanto è vulnerabile questo cuore oppresso che devo proteggere.
Questa volta parlarne era una necessità, piangere non sarebbe bastato a far sgretolare tutta la montagna del dolore e a ridurla in sabbia per farla fluire insieme ai giorni consueti.
E non voglio abbracci o consolazione, ma solo qualcuno a cui dire, che ascolti, che legga le parole che faccio così fatica a esprimere, solo perché smettano di sussurrare e mi liberino, almeno un po'.




sabato 9 febbraio 2013

Gentile Signore


Gentile Signore…
(già mi rendo conto che un simile inizio sarebbe più adatto ad un volantino che pubblicizza una gita ai castelli della Loira, due giorni tutto compreso a 18,99 euro, con relativa vendita di pentole)

Gentile Signore…
(la esse maiuscola forse merita di essere scritta, approfittando della varietà tecnologica, come minimo in un "Algerian" grassetto)


Gentile Signore,
l'incipit è un po' faticoso, già mi perdo sulle strade secondarie dei miei pensieri e mi scuso in anticipo se non sarò in grado di rivolgermi a Voi come si conviene, ma non essendo inglese pratico il sesso con entusiasmo e non ci azzecco con la seconda persona plurale.

Gentile Signore,
rivolgermi alla Vostra eterea nonché pervasiva presenza mi risulta anche ostico data la Vostra triplice essenza, che comporta problemi di grado superiore al dialogare con uno strabico guardandolo negli occhi: vengo purtroppo sopraffatta dall'imbarazzo di non sapere quale occhio, o di fronte a Voi quale Entità, guardare.
Vogliate considerare con benevolenza questa mia, atto di devozione dalla parvenza irriverente, poiché ben sapete che non sono pratica con le preghiere e pur nel dubbio di essere una grafomane, piuttosto che una scrittrice, ho maggiore disinvoltura nell'esporre le mie istanze su un foglio bianco invece che correre il rischio di addentrarmi nei meandri della mia logorrea.
So anche che come minimo Vi sarebbe dovuto il sacrificio di un capretto, che al momento non ho a portata di mano: si potrebbe ovviare immolando il cane, o uno dei gatti, ma ciò farebbe soffrire i bambini, e non credo che, nella Vostra incommensurabile bontà, vogliate le loro lacrime.
In ultimo, ad esaurimento dei preliminari di questo ideale dialogo, di cui Voi, pur tacendo, rappresentate il Sommo Interlocutore, faccio pubblica ammenda per la distrazione e l'incostanza con cui Vi rendo ossequio : questa mia lettera testimonia, senza calpestare il campo minato delle prove ontologiche, che sono mossa comunque da un certo possibilismo, se non da una fede robusta.
Considerato il fatto che ritengo di averVi chiesto ben poche cose nel corso di questa mia vita, vorrei pregarVi ora di rivolgere a me uno sguardo di benevolenza facendomi ritrovare la capacità di ridere, dono che avevo ricevuto al momento della nascita, custodito con cura per anni, poi improvvisamente perduto in un luogo che solo Voi, col Vostro infinito e sottile senso dell'umorismo, potete aver ideato.
Non che la depressione sia stata negativa: i benefici sono stati tali e tanti che posso solo esserVene grata, ma allo stato attuale delle cose sarei francamente un po' stanca, e l'unico a fruire ancora di effetti positivi rispetto a questa faccenda è il cane, che mi accompagna durante lunghe passeggiate nei campi. 
Per inciso, il cane stesso è maturato: ora è pienamente consapevole di essere meno veloce di una lepre, pertanto si arrende quasi subito.
Per quanto concerne la mia parte di lavoro, credo di averla svolta ed anche piuttosto benino, ma ora Vi chiedo di darmi una mano, perché mi rendo conto di non essere in grado di andare oltre se non si alleggerisce un po' il peso della carriola che mi è toccata in sorte. 
Nella Vostra onnipotenza, se fosse stato questo ciò che volevate da me - io mi dico- mi avreste fatta cavallo.
Se da me Vi aspettavate un atto di umiltà, ora sono qui ad offrirVelo, benché senza breviario, rosario e capo cosparso di cenere, senza ceci sotto le ginocchia e anche se il tono con cui mi rivolgo a Voi potrebbe apparire arrogante. 
Ne sono mortificata, non è mia intenzione mancarVi di rispetto: sto solo cercando di mantenere un briciolo di dignità e di mostrarVi che chi si rivolge a Voi non è un individuo strisciante che non ha più nulla da perdere, ma una persona intera che può chinare la testa perché sa tenerla anche alta.
Vorrei ridere: ho versato fiumi, laghi, oceani di lacrime, che sono diventati vapore, nuvole, pioggia e ancora lacrime di un elementare e doloroso ciclo dell'acqua; ora vorrei ridere.
Non appena la depressione me lo ha permesso, ho provato a scrivere il mio viaggio, ma qualcosa non vuole prendere forma, né voce, benché sia evidente che c'è. 
Forse dipende dal Karma?
Un'amica visionaria mi ha incontrata per un attimo nelle spoglie del guerriero che sono stata in qualche vita precedente - non fate il finto tonto, non siete così avulso da questo concetto: tenevo la spada sguainata e infliggevo morte inutile, sporcandomi col sangue le vesti preziose, cieca di fronte al dolore.
Nei momenti più cupi sono stata così vicina ad uccidere ancora, che spero mi perdonerete se, scrivendo i miei pensieri o dipingendo mandala, cerco di non usare né il rosso, né il nero.
Pare allora evidente che ridere è ora un bisogno e non uno sciocco desiderio.
Ho lasciato cadere l'idea, che mi affascinava in un primo momento, di ricorrere all'uso di droghe: non ne ho più l'età e mi piace restare cosciente; quanto all'alcool sarebbe piuttosto banale che una persona intelligente, quale io ritengo di essere, sostituisse la perdita di spirito con l'immissione in circolo di etanolo: il dizionario dei sinonimi e contrari va usato cum granu salis.
Non Vi ho chiesto in dono la vacuità, che non ho mai posseduto e che non ambisco a possedere, pur riconoscendo ad essa aspetti di non trascurabile utilità, Vi chiedo solo di rendermi l'ironia, quella punta di spillo che permette di ridere pur continuando a vedere con lucidità; di restituirmi il gioioso senso del teatro, della burla e del grottesco, che mi aiutava a non prendermi troppo sul serio pur senza smettere di credermi; di ridarmi la capacità di tradurre ciò che da buona psicologa riesco a notare intorno a me, in ciò che come cattiva scrittrice mi permette di far ridere me stessa e gli altri.
Vi prego di riconsegnarmi i doni che una volta mi avete fatto, e per i quali ora comprendo di non averVi mai ringraziato abbastanza.
In pratica, Vi chiedo, con tutta la poca umiltà di cui sono capace, di farmi tornare ad essere un po' meno umorale e un po' più umorista.
In fondo noi si lavorava insieme: i demoni, che io per prima conosco, fuggono esorcizzati da una sana risata come in virtù dell'Acqua Santa.
Vogliate dunque, Gentile Signore (considerate pure, in questo vocativo conclusivo, riccamente miniata in foglia oro la esse iniziale del Vostro unico e triplice nome), accogliere questa richiesta, di per sé ragionevole, e restituirmi ciò che mi appartiene entro e non oltre…
No, scusate, questa sarebbe una lettera di preghiera e non una ingiunzione, tuttavia perdonate la raccomandata con ricevuta di ritorno : Voi, nella Vostra onniscienza sapevate che Vi avrei scritto ancor prima che lo sapessi io, ma non metterei una mano sul fuoco per quanto riguarda il Maligno.
Oh, era una battuta? 
Avete per caso già provveduto? 


<Nel 1998 morì mia sorella, uno dei più grandi amori della mia vita, e nei due anni che seguirono mi ritrovai in piena depressione. Ne sono uscita trasformata, una donna più forte e molto migliore. Questo fu uno dei primi scritti della mia rinascita.>


lunedì 4 febbraio 2013

La Scelta


I due giovani, un uomo e una donna, suonarono il campanello seminascosto da un fregio accanto al portone di legno spesso.
Venne loro ad aprire una donna alta, sottile, dal volto esangue, sul quale brillavano grandi occhi di un blu profondo. 
Vestita in maniera sobria di una tunica di lana grigia, chiara e calda, la donna li introdusse in un vasto atrio sul quale si affacciavano una scala e un’unica porta: niente altro, né un mobile, né un quadro, né una fonte visibile di luce se non un lucernaio triangolare che si apriva sul soffitto molto alto.
Le pareti del salone erano tinteggiate di un celeste tenue, che salendo lungo le pareti sfumava quasi impercettibilmente verso il bianco; candido, quasi glaciale, il soffitto. Il pavimento era una superficie unica, calda, perfettamente bianca ma disseminata di petali di rosa dipinti, perfetti.
Con voce pacata e gentile la donna indicò la strada ai visitatori: 
- Seguite le scale. Il Laboratorio si trova di fronte ai gradini. Bussate e attendete che il Professore vi apra.- 
Parlava con un tono caldo e affascinante, che in un primo momento sembrava stonare col suo aspetto semplice; tuttavia, osservandola con maggiore attenzione, la donna appariva armoniosa e perfettamente a suo agio, si muoveva disegnando gesti ampi e lenti, camminava con passo leggerissimo calzando pantofole chiuse di panno dello stesso colore dell’abito.
I due ospiti seguirono con lo sguardo la mano 
affusolata che indicava loro la scala, fecero un cenno col capo e, in silenzio, cominciarono a seguire i gradini.
La scala era chiusa tra due pareti, della stessa tinta del grande atrio e altrettanto spoglie, ma non era stretta. Lungo i muri, da entrambi i lati, erano tesi corrimano formati da una grossa treccia di seta blu, lisci e allo stesso tempo solidi. 
Giunti al termine della breve salita, i visitatori trovarono un pianerottolo, sul quale si attendevano la porta del Laboratorio, ma vi trovarono invece due pareti interamente coperte da tendaggi della stessa seta blu dei corrimano, che formavano un angolo aperto su un’altra rampa di scale, questa volta in discesa. Temendo di non aver compreso la semplice indicazione che la donna dell’atrio aveva fornito loro, l’uomo provò a scostare i drappeggi, immaginando di trovare la porta del Laboratorio. 
Dietro le tende, invece, c’erano solo muri celesti, sfumati verso il soffitto di ghiaccio.
Neppure sul pianerottolo erano visibili fonti di luce, eppure tutto era perfettamente illuminato, come se il grande lucernaio dell’atrio fosse sufficiente ad irradiare chiarore in tutti gli ambienti della casa.
La giovane donna guardò il compagno: nel suo sguardo si leggeva chiaramente il dubbio, misto a malcelato timore.
L’uomo, più deciso, le prese la mano con vigore invitandola tacitamente a scendere i gradini della scala, che pur essendo identica alla precedente, dirigeva in direzione esattamente opposta.
Questa volta il percorso fu piuttosto lungo ed i passi dei due visitatori più appesantiti dalla titubanza, ma dovevano incontrare il Professore.
Dopo qualche minuto, incalcolabile, la coppia si trovò di fronte una porta altissima, perfettamente bianca, sulla quale fiammeggiava al centro una grande rosa rossa dipinta, dischiusa ed opulenta, così perfetta da apparire effettivamente viva, di velluto delicato al tatto.
Bussarono e attesero.
Trascorso qualche secondo -incalcolabile- uno scatto secco aprì i battenti della porta, lenti e silenziosi, mostrando un ambiente enorme, dai contorni a prima vista indistinti, che attirò ad entrare l’uomo e la sua compagna con una indicibile forza magnetica. 
Come varcarono la soglia, la porta si richiuse col medesimo movimento, al quale seguì un secondo scatto.
Nel Laboratorio regnava un’atmosfera rarefatta, amplificata da un silenzio irreale. 
L’ambiente riproduceva esattamente l’atrio: stesse pareti alte e celesti completamente spoglie che sfumavano verso il bianco glaciale del soffitto, stesso pavimento caldo e liscio disseminato di petali rossi dipinti, veri come quelli di una rosa in piena fioritura.
La luce, come all’ingresso, proveniva da un grande lucernaio triangolare aperto sul soffitto; un’unica porta, una scala che saliva identica a quella già percorsa.
Solo in un aspetto il Laboratorio differiva dall’atrio: lungo le pareti erano disposte grandi teche di cristallo, ciascuna delle quali custodiva esseri umani nudi e deformi, vivi.
Una lunga scaffalatura, anch’essa di cristallo, occupava il centro del Laboratorio e su di essa, a loro volta, erano disposte altre teche, di diverse dimensioni, che esponevano animali di tutte le specie, anch’essi deformi e vivi.
I giochi dei cristalli permettevano di avere un’agghiacciante visione d’insieme.
La donna, non appena la sorpresa le permise di distinguere i mostruosi dettagli di ciascuno degli esseri così orribilmente esposti, chinò il viso sulla spalla del compagno con un urlo strozzato, un singhiozzo roco e profondo che le congelò le lacrime. L’uomo aggrottò la fronte cingendo le spalle della sua donna come per proteggerla, in un gesto istintivo, ma disarmato.
Avanzarono così, cautamente, come catalizzati dalla forza che quelle visioni erano capaci di emanare, spinti dall’attrazione e dallo sgomento insieme.
Uomini con la pelle viscida come rane, di un verde chiarissimo e opalescente; individui con gli occhi spalancati, dei quali si vedeva solo la cornea lucida come una perla, che pure davano l’impressione di guardarli con fissità; braccia anchilosate ai lati di corpi gibbosi, quasi schiacciati dal peso di enormi teste completamente calve; mani e piedi ad artiglio, quasi innesti di rapaci su arti umani; volti di rettili, con lingue sibilanti, appartenenti ad esseri glabri e trasparenti dei quali si potevano scorgere gli organi vitali sotto la pelle sottile; donne sinuose come sirene sulla cui schiena si aprivano ali rachitiche di liscia cartilagine; creature umane simili a scimmie notturne con occhi tondi e gialli.
Ogni animale, poi, recava in sé qualche traccia di un possibile martirio genetico che ne stravolgeva l’aspetto conosciuto, pur permettendone l’identificazione.
Ciascuna di queste creature, tuttavia, non pareva sofferente, ma piuttosto vivere con estrema naturalezza una condizione che ai visitatori, invece, appariva terribile.
- Interessante, non trovate?- una voce ruppe il silenzio- Una galleria davvero interessante- prolungava ogni suono, come calcando sulla pronuncia, con un timbro leggermente nasale.
I due giovani videro un uomo uscire dall’unica porta che si apriva sulla sala: il Professore.
Era alto, proporzionato e si muoveva con grande eleganza, avvicinandosi a loro con un passo morbido che non tradiva alcuna fretta, ma c’era il lui qualcosa di inaspettato: aveva la faccia di un topo, un ratto scuro che sorrideva mostrando schiere di denti affilati.
-Stupiti, immagino. Non vi preoccupate, tuttavia– proseguì il Professore scandendo ogni sillaba con cadenza misurata– non vi preoccupate! Ciò che vedete non è né frutto di esperimenti, né un serraglio di mostruosità da circo, né prodotto di crudeltà, quantomeno non intenzionali...- 
Pronunciò le ultime parole lasciandole sospese, come se volesse proseguire.
Trovandosi invece di fronte ai suoi ospiti, restò in silenzio.
C’era qualcosa in lui, nel Professore, che nonostante l’aspetto lo rendeva molto rassicurante, paterno, degno di fiducia. 
La coppia lo percepì immediatamente, come se una vibrazione piacevole avesse scosso i loro muscoli irrigiditi dall’orrore provato di fronte agli esseri chiusi nelle teche.
Il Professore porse loro la mano, perfettamente umana, calda e ben fatta, e solo quando vide entrambi rasserenati dal contatto riprese a parlare.
-Permettete che vi offra qualcosa. Siete venuti per la Scelta e questo rende la vostra visita particolarmente gradita. Non sono molti coloro che si pongono le domande che vi siete posti voi, i più agiscono mossi dal mero istinto, dal desiderio o dall’egoismo, senza curarsi di sapere – scandì ancora, quasi con enfasi, l’ultima parola, mentre li guidava verso un tavolino basso, pure di cristallo, sul quale erano posati una brocca colma di un vino color rubino e tre bicchieri.
Il Professore versò il vino per sé e per gli ospiti, che ormai in balia di un senso di fiducia totale accettarono di bere quel liquido profumato, pastoso, con un retrogusto di rosa, che scaldò il loro sangue infondendogli una tranquillità ancora maggiore, quella di chi sa di poter affrontare la verità con serenità di giudizio.
Non parlavano, sapevano che era proibito rivolgere la parola al Professore e che dal momento in cui avessero varcato la soglia di quella casa non avrebbero potuto dire nulla.
Ancora una volta il Professore parlò.
-Immagino il vostro stupore e comprendo il vostro orrore, ma ciò che vedete qui, e il mio stesso aspetto, non rappresentano una realtà attuale, bensì un’ipotesi futura e possibile, la cui realizzazione in parte dipenderà dalla Scelta che voi e pochi altri farete e da quanto saprete condurla in una direzione piuttosto che in un’altra. Questa potrebbe essere la realtà tra qualche decina di anni, se il ritmo col quale l’uomo procede e si evolve resterà quello di oggi.
Non potete giudicarla, anche se vi fa orrore, essa non è né buona né cattiva: è, niente di più. 
Potrebbe anche essere diversa, ma a voi ho deciso di mettere di fronte questa, piuttosto che qualche altra che ho mostrato a giovani come voi, giunti qui per conoscere la verità prima della Scelta. 
Ogni verità è possibile. 
Guardatevi attorno, dunque : questi esseri sono vivi, a voi appaiono mostruosi, ma essi non soffrono e non comprendono il motivo del vostro sgomento. Io stesso, così come mi mostro a voi, sembro terribile, ma per loro non lo sono. Il mio aspetto per loro è consueto, familiare, perfettamente accettabile, persino ideale. 
Il mio aspetto è la proiezione di come questi esseri mi immaginano, simile a loro come loro sono simili a me.–
Il Professore fece una pausa e con un gesto ampio del braccio invitò la coppia a guardarsi attorno.
I due giovani ubbidirono, soffermandosi a lungo su ciascuno degli esseri che prima avevano guardato con orrore e sgomento. 
Il loro sentimento era mutato, alla paura si era sostituita una inspiegabile accettazione senza giudizio. Ogni deformità apparteneva a quegli esseri non più come mostruosa diversità, ma come peculiare caratteristica della loro esistenza.
Dopo aver permesso loro di osservare con attenzione ogni dettaglio delle creature custodite tra le pareti di cristallo, il Professore si rivolse nuovamente ai suoi ospiti:
–Il mondo cambia molto in fretta e l’uomo ha ben imparato ad accelerarne i tempi. Le risorse si stanno esaurendo, si sta modificando il clima e individui simili a voi sono in grado di manipolare geneticamente tutti gli organismi viventi, piante animali ed altri uomini. Dove la natura frappone ostacoli o impone vincoli, l’uomo ha trovato presuntuosi sistemi per aggirarla, alterando in poco tempo ciò che aveva richiesto millenni per trovare un equilibrio. 
Le conseguenze, anche a breve termine, non sono prevedibili, poiché lo sviluppo delle tecniche scientifiche sta portando cambiamenti radicali prima che se ne possano osservare le reazioni sulla natura e sugli esseri viventi. 
La sopravvivenza, tra pochi decenni, sarà dunque affidata alla capacità di adattamento di ciascuno, ma ancora di più alle tecniche che dovranno cercare soluzioni ai problemi che esse stesse hanno generato. Non pensate che l’esperienza accumulata durante la vostra vita potrà ripetersi, o che possa rivelarsi utile se le cose procederanno in questo modo, perché l’esistenza richiederà qualcosa che voi non sapete, non conoscete e non avrete il tempo di sviluppare.–
I due ascoltarono in silenzio quel discorso pronunciato con calma, scandendo ogni parola, soppesandola in modo da renderla perfettamente comprensibile.
-Voi potete, però – proseguì il Professore – impedire che questo accada, forse, se lo volete- e tacque.
La lunga pausa che seguì fece temere ai due giovani che egli avesse concluso il suo discorso, ma infine il Professore riprese, con tono grave.
-Rimane il tempo per cambiare questo corso solo ad un’altra generazione, oltre alla vostra. Da voi e da loro dipenderà tutto, dal vostro e dal loro impegno, ma non sta a me suggerirvi se farlo e come. 
Non è il coraggio quello che vi servirà: il coraggio è solo un eccesso di fatalismo. 
Quella che dovete possedere è la consapevolezza.-
Tacque ancora una volta, definitivamente.
Fece una carezza alla donna, sorridendole coi denti da ratto, posò la mano leggera sulla spalla dell’uomo poi, con un gesto semplice e cortese indicò loro la scala che si apriva sulla parete in fondo al Laboratorio, si voltò e si allontanò, scomparendo dietro all’unica porta.
I due giovani si presero la mano e rivolsero ancora uno sguardo a quei loro simili, pur così diversi, chiusi nelle teche, verso i quali ora non provavano altro che un sincero sentimento di fratellanza.
Si avviarono verso la scala, percorsero una lunga salita e si ritrovarono ad un pianerottolo del tutto identico a quello incontrato lungo il tragitto per entrare nel Laboratorio. 
Le pareti ad angolo, coperte da lunghe tende di seta blu, portavano verso una seconda scala, in discesa, che li fece ritrovare nell’atrio dalla parte opposta a quella dalla quale erano saliti. 
La donna che li aveva accolti li accompagnò verso il portone con delicata gentilezza e li congedò con un sorriso  che fece sfolgorare un repentino raggio di luce nei suoi occhi profondi.
I due giovani uscirono, respirarono e si guardarono con tenerezza.
Spettava a loro, ora, la Scelta di fare o non fare nascere il figlio che la donna portava in grembo.

<Pubblicato su Prospektiva Rivista Letteraria, anno V, n.22>

venerdì 1 febbraio 2013

Paco ha ucciso le rose


Paco ha ucciso le rose                                             
di innocenza perduta,                 
in un banale tranello
dietro un angolo della vita.
Seguiva il profumo di una pelle d’ambra
affidando alla luna troppo distante
le sue poche stagioni
colme di attese.
Le rose hanno ucciso Paco,
di amore e sangue,
né resta il verde
di foglie e speranze.

Paco ha quindici anni, ma sembra più grande, visto da dietro, col fucile a tracolla.
Paco ha quindici anni, ma sembra più piccolo, quando gli leggi negli occhi che il suo primo e unico gioco è stata una rivoluzione antica come la fame.
Non ricorda con precisione il volto di sua madre, perché tante donne l’hanno cullato nell’amaca, tesa tra gli alberi di una selva umida che cresce rigogliosa nel cuore di una disperazione lontana, affondando le radici nel sangue di un’offesa a malapena raccontata nei libri di storia.
Paco non sa leggere la storia, Paco non sa leggere affatto, ma è la Storia, un sassolino di una montagna di ingiustizia.
Ma Paco non sa che la storia non è etica e che si nutre di ragioni a posteriori, sa solo che non ha casa, né cibo, né diritti: del primo fatto si accorge quando gli piove sulla testa tutta l’acqua che Dio continua a donare in abbondanza e che nessuno – per ora- gli vuole portare via; del secondo gli parla il suo stomaco, che appena può tenere in piedi quel mucchio di ossa e pelle bruna; quanto ai diritti, sono altri ad avergliene parlato, perché lui non li conosce, non sa neppure cosa siano, ma sa che ha ragione il Comandante quando dice che senza di essi non vale la pena di vivere, ma per conquistarli vale la pena di morire.
Paco ora vive abbracciato al suo fucile, pensa di essere un uomo e di avere grandi responsabilità.
Sogna che quando la terra verrà restituita ai contadini, anche lui forse avrà un piccolo campo e una casa, avrà una moglie e dei figli che non avranno bisogno di farsi marcire le ossa dall’umidità della selva, né di vivere o morire per qualcosa.
Avrà dei figli che potranno vivere e basta.
Se questi sono i diritti, allora Paco sa benissimo di cosa si tratta.
Tra le tante madri e i tanti padri dei quali ha visto scorrere il sangue e le speranze, è cresciuto fiero e coraggioso; braccato come la genia di una stirpe braccata, ha occhi da felino e nervi sempre tesi.
Ha paura, a volte, dell’immenso silenzio, del verde maestoso, della luce del sole che filtra tra i nodi intricati delle fronde degli alberi.
Paco si sente un uomo perché il seno delle donne ora non è più il ricordo di quando il suo appetito veniva saziato, ma il mistero di un altro appetito, più giù, più in basso della pancia sempre vuota.
Intorno a lui ci sono solo madri e sorelle, confuse e mescolate come chicchi di mais dopo il raccolto, o dopo la falciatura.
Non può uscire dalla selva durante il giorno, e anche la notte il rischio è grande, ma il destino ha una logica strana e dispone di un mazzo di occasioni, truccato come quello di un baro.
È così che Paco vede Blanca, che ha tredici anni e un nome sbagliato, salvo quando la luna accarezza la sua pelle d’ambra.
Blanca è bellissima e sembra un fiore. Paco immagina di poter sfogliare a uno a uno i suoi petali profumati e si perde, abbracciando il fucile troppo freddo, su sentieri di aromi che lo fanno vibrare, e pulsare, e desiderare, più della casa, del cibo e dei diritti.
Paco percorre, con gli occhi, col cuore e con ogni nervo teso del suo corpo di ragazzo, tutte le linee della pelle di Blanca durante le notti senza fine della selva senza fine, nel tempo senza fine di una rivoluzione antica come la fame.

- Vederla, solo un attimo ancora, poco cammino fino alle soglie del paese, pochi passi tra i cespugli di rose, le guardie non mi vedranno… -

C’è la luna Paco, una luna grande, tonda e lontana.

C’è la finestra di Blanca, il silenzio della notte e un vento leggero che porta il suo profumo nell’aria.
Ci sono i petali delle rose: è così che dev’essere la pelle di Blanca, solo a poterla sfiorare.

Paco è silenzioso come un gatto e porta con sé il fucile.
Cammina guardingo non appena esce dalla protezione della sua selva. Attraversa i campi, ogni tanto si acquatta insospettito da qualche rumore.
Non è lontana la finestra di Blanca, manca poco alle rose.
Paco cammina e ora il tempo ha una meta, la notte ha un nome, la vita uno scopo e un valore che nessuno gli aveva insegnato.
Paco è giunto sotto la finestra di Blanca, se ferma il suo cuore riesce a sentirla respirare. 
Paco accarezza le rose.

Poi, all’improvviso, uno sparo.

Paco cade, ma i suoi occhi erano già chiusi e il suo cuore già immobile: col fucile a tracolla abbracciava le rose.

Paco ha ucciso le rose.
Le rose hanno ucciso Paco.


<dedicato a mia figlia Martina quando aveva quindici anni>