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sabato 16 febbraio 2013

Cucino ergo sum


Ci sono donne che, come me, hanno trascorso buona parte della loro vita ad occuparsi degli altri: genitori adolescenti, uomini irredimibili, figli da crescere, questioni di minuteria quotidiana , problemi di sopravvivenza, cani, gatti, amici in crisi, piante che appassiscono sul balcone. 
Tutto ciò, tuttavia, mantenendo una forte inclinazione all’introspezione e ai massimi sistemi, in uno sforzo costante di applicare grandi costrutti filosofici anche al basilico avvilito in terrazza.
E’ faticosissimo, frustrante e i risultati, fatti salvi i figli, di solito sono deludenti.
Poi ad alcune, come a me, accade di averne le scatole piene: i genitori superstiti sono invecchiati senza diventare adulti, gli uomini si redimano da soli se vogliono, i figli decidano della loro vita; tutto il resto si gestisce anche con la mano sinistra, visto che sulla destra già ci abbiamo fatto il callo. 
E quanto al basilico,  io uso quello surgelato e non se ne parli più.
Ed è così che d’incanto si svincolano i massimi sistemi e ci si può dedicare all’introspezione con tutta calma, scoprendo faccende insospettabili persino mentre si è in fila alle Poste.
Il curioso effetto collaterale di tutto ciò, è che il pentolone, che avevo tenuto a lungo sotto pressione, a me è esploso prima di aver maturato sufficiente pratica per convogliarne il materiale in direzioni ordinate e, soprattutto, nuove rispetto ai vecchi schemi.
La conseguenza è che cucino, come una pazza, quasi che tutta la mia strabiliante forza interiore abbia bisogno di poter vedere risultati immediati, pratici, assaporabili, che non lascino spazio agli scettici.
Conosco i miei raptus: ho confezionato coperte all’uncinetto, intessuto decine di sciarpe, creato deliziose cornici decoupate, concepito braccialetti colorati con le perline, tinteggiato pareti, realizzato imponenti opere idrauliche sotto il lavello della cucina e nel frattempo ho anche scritto milioni di pagine che non pubblicherò mai perché parto di pura follia, ma nulla come la cucina riesce ad unire la mistica ai sensi, tutti i sensi.
Eros vittorioso deflagra nelle terrine.
Così, mentre mi dedico ad una riflessione sul tempo, fa capolino un’ipotesi di polpettone farcito, ed ogni appiglio a pensieri alti sul baratro della relatività delle misure, cede miseramente di fronte al dramma della natura irredentista del ripieno.
Laddove mi punge vaghezza di riflettere sulla mia burrascosa vita sentimentale e sul suo reiterato karma, ora dismesso, si materializzano nella mia mente abbinamenti di dubbia congruenza, ma stupefacente originalità, da infagottare in bocconcini di pasta fatta a mano.
Prendermi cura dell’autostima di cui mi sono privata a lungo, mi porta inevitabilmente ad una certa sicumera sulla mia genetica abilità nell’ambito dei fritti, eredità della meravigliosa nonna romagnola.
Il pensiero svicola su elementi di mera sensualità e ci si perde, alimentando un circolo turbinoso di scoperte di me, alle quali corrispondono altrettante potenziali ricette.
Quando la tensione diventa insopportabile, agisco.
Totalmente fuori controllo, ignoro il buon senso che mi suggerirebbe di prestare quantomeno attenzione alle quantità, alle possibilità di smaltimento sostenibile, alla capienza del frigorifero. Stivo con la stessa smania di chi dovrà a lungo sopravvivere in un bunker, ma animata da un impeto creativo che travolge ogni considerazione morale sulla fame nel mondo.
Ho tentato di mettere in atto strategie di contenimento, a dire il vero: ieri ipotizzavo di iscrivermi all’università per prendermi la benedetta seconda laurea alla quale rinunciai anni fa, oggi volevo scrivere un pezzo su Massinissa e sui pretesti ricorrenti per fare guerre, ma tutto questo non perché non abbia voglia di cucinare, bensì perché a pranzo sono da sola, in frigorifero giacciono una ciotola di tortelloni, mezza teglia di parmigiana di melanzane, un arrosto, tre terrine di zuppa di cipolle, un paio di chili di biscotti, mezzo barattolo di ragù, e per fortuna il pollo al cartoccio e i primi biscotti – invero buonissimi, ma non belli- sono stati polverizzati ed è terminata la stagione della sacher e del mascarpone. Resta tuttavia l’opzione di realizzare una bavarese all’arancia e di friggere la mozzarella in carrozza, ma mi faccio forza.
Questo risorgimento interiore e i moti di insurrezione gastronomica che ne sono derivati, sono iniziati in sordina, un po’ a macchia di leopardo, già durante le feste natalizie. Sono stati accolti con molto favore dai miei figli, abituati a mangiare tanto e quasi sempre bene, ma ora li vedo provati e per sostenere il morale delle mie truppe sono spinta ancor di più a diversificare la proposta.
Se la faccenda dovesse durare ancora a lungo, o si ragiona seriamente su un progetto imprenditoriale di catering, o i ragazzi potrebbero esplodere, dando luogo all’imbarazzante situazione di una madre in fase culinaria compulsiva con due figli a dieta.
Che fare dunque?
Il processo di liberazione di energie è inarrestabile, né lo arresterei se potessi farlo, ma più lo alimento, più mi dedico all’alimentazione; più mi conosco, mi riconosco e mi piaccio, più vengo attratta dalle alchimie del cibo; bloccata in casa dal mal di schiena non posso neppure andare a fare una passeggiata con il cane per godermi l’anticipo di primavera, tanto so già che andrei a fare la spesa.
Devo assolutamente trovare una valvola di sfogo, che mi dia la stessa sensuale gioia di vivere.
Magari mi metto a scrivere sul serio, forse sarebbe ora.




<panini casalinghi integrali e ai cinque cereali>

giovedì 7 febbraio 2013

Chiedetemelo domani


Paolo e io ci conosciamo da trentotto anni e da almeno trentadue siamo molto amici.
La vita ci ha portati ad abitare lontani, perciò ci vediamo pochissimo, ma ci sentiamo con una certa frequenza, soprattutto per parlare della grande passione che abbiamo in comune: la musica.
Capita spesso che ci mettiamo a discutere e va sempre a finire che cominciamo a stilare classifiche o liste.
Una delle nostre preferite è la classifica dei dischi dei King Crimson, ma ogni volta che ne parliamo è diversa e concludiamo dicendoci: “Oggi è questa, ma chiedimelo domani”.
Già, perché domani l’ordine può essere cambiato, specie se dopo averne parlato cominciamo a riascoltarli tutti.

In questo momento, mentre sto scrivendo, il mio archivio musicale conta 952 artisti, 3276 album, cioè 34.762 brani, che equivalgono a 119 giorni, 2 ore, 54 minuti e 6 secondi di ascolti ininterrotti.
Oggi ho scelto un disco dei Caravan del 1971, ieri gli Steely Dan del 1974, l’altroieri un live di Fripp e Sylvian del 1993 e così via.
Li conosco benissimo, ascoltati mille volte, magari ci passo tutto il tempo libero con la cuffia sulle orecchie mentre sbrigo le faccende di casa, porto il cane a passeggiare, carico il carrello al supermercato.
Prendo un disco e lo ascolto anche più volte, magari lo mando in loop finché non mi ha svelato tutte le sue sfaccettature e questo accade sia con musica che ascolto da quarant’anni, sia con dischi pubblicati la scorsa settimana.
Una parte della musica che ho in archivio non mi piace, ma la tengo lì ugualmente, perché non conosco i percorsi del mio cuore, quindi potrebbe accadere che domani quello che ora mi muove un fastidio sconvolga tutto.
La musica ha milioni di sfaccettature e fa vibrare corde molto profonde.
Se ascoltassi sempre e solo le stesse cose, sempre e solo una ristretta rosa di brani che conosco e so di amare, alcune corde che ho non vibrerebbero, o addirittura non avrei mai scoperto di possederle.
Invece ci sono. 
Per il principio di risonanza, ogni nostra percezione necessita di una corrispondenza interna in grado di vibrare e di rimandarci una sensazione, fisica o emotiva. Se questa manca, l’aspetto della realtà ad esso relativo è come se fosse inesistente e non lo cogliamo, neppure se ne veniamo colpiti in pieno.
Quindi ciò che siamo in grado di comprendere del mondo che ci circonda, ciò che ci fa gioire o soffrire, è lo specchio di ciò che siamo.
Quando ascolto certi brani, c’è una sensazione di piacere che diventa sempre anche fisica, pare mutare la densità del sangue che scorre in me, sembra sciogliere grovigli o rispondere a bisogni.
Quando li ascolto tante volte, li riscopro dopo mesi -o anche dopo anni- questa sensazione si rinnova e si amplifica: una parte di me, infatti, li conosce e li riconosce, un’altra tuttavia è come vergine e pronta a recepire qualche dettaglio che immancabilmente c’è e che colgo per la prima volta, perché ogni giorno, ogni esperienza, ogni passo della mia vita mi hanno preparata a farlo creando risonanze nuove.
Allora c’è quell’attimo, quel passaggio, che fa esplodere una bellezza inaspettata, qualcosa che mi appartiene ma che non sapevo di avere.
Riconosco l’attimo preciso, potrei fare una lista del secondo esatto più bello dei brani più belli che conosco - credo che la prossima volta che ci sentiremo, Paolo ed io, glielo proporrò.
Me ne vengono in mente già alcuni: Starless dei King Crimson, quando alla fine si riapre il tema iniziale a 11:18; Dream Gerrard dei Traffic quando entrano le tastiere a 1:53 e il reiterare “with reality, with reality” di Steve Winwood e quella nota lunga del sax di Chris Wood a 5:47; la modulazione della voce di David Sylvian nel cantare “I’ll never let you down” in Wave; la pausa tra “cry” e “baby” che fa Janis Joplin in Cry Baby; il moog di Keith Emerson a 3:03 in From The Beginning...ne ho altri mille, potrei scriverci un libro, raccontando che cosa c’è dentro ciascuno questi attimi dei quali, come il clown di Heinrich Böll, faccio collezione.

Ecco a cosa servono trentaquattromilasettecentosessantadue brani.
Lo so che vivo nel mio mondo, spesso inaccessibile ai più, dove coesistono visioni ed emozioni, sensi e pensieri in una realtà composita tutta mia, ma penso che ognuno con le sue cose sia così, se ha una passione vera.
Questo ascoltare, riascoltare, scoprire e riscoprire è una continua ricerca di attimi fulminanti, di trucchi di radianza, come diceva Sylvia Plath a proposito dei miracoli.

Se oggi mi chiedeste la classifica dei dischi più belli dei King Crimson, direi: Lark’s, Lizard, In the Court, Red, Island, In the Wake...ma richiedetemelo domani.



venerdì 11 gennaio 2013

The neverending mappazza


Da quando sono rientrata a scuola dopo le vacanze natalizie, ho pranzato tre giorni a scuola.
Fin dal primo giorno mi sono accorta che avrei dovuto affrontare la catarsi dopo i banchetti natalizi a base di tortellini, brasati, arrosti e favolosi dolci, ma non avrei mai creduto che il contrappasso sarebbe stato così spietato.

Lunedì ci hanno servito dei quadrucci in brodo vegetale -dove per brodo si intendeva acqua sciapa- e delle polpette di verdura che si fermavano a metà dell’esofago formando un tappo; martedì è stata la volta di un piatto di maccheroni in bianco, inodori, insapori, incolori e della consistenza della malta per l’edilizia, seguiti da un sedicente hamburger immerso in una gelatina rossa -che ci han detto essere pomodoro- e da un purè semiliquido; giovedì ci hanno presentato un risotto con zucca biologica, costituito da un unico bolo giallo, e una triste coscia di pollo accompagnata da un fango di fagioli cannellini irriconoscibili. La mia collega, che aveva dieta in bianco, ha avuto come contorno delle patate bollite che nuotavano nell’olio.
Nessuno di questi piatti è stato servito a temperatura che si potesse definire almeno “tiepida”.
Mi sono alzata da tavola sognando uno sfilatino alla mortadella, con quella forma di appetito non saziato che è sempre diretta conseguenza di questi pranzi orribili. Per un attimo ho avuto nostalgia, non tanto di una pietanza gustosa a caso, della quale certi cibi spengono anche il ricordo, ma piuttosto di uno di quei deliziosi menu da ospedale, il classico: minestrina in brodo di pollo, paillard e bietola lessa.
Ho dato un’occhiata a quanto ci riserva la mensa per tutto il mese e mi sono resa conto che sarà durissima. 
Nella mia ventennale carriera mi sono chiesta sempre se le dietiste che elaborano i menu scolastici -sono sempre donne, non si sa perché- non siano in realtà una sola persona incarognita con l’esistenza.
Non saprei come spiegarmi altrimenti questo accanimento a nutrire dei poveri bambini, in una delle più determinanti fasi formative della loro vita, con accostamenti del tutto irrazionali di cibi ugualmente disgustosi.
C’è qualcosa di efferato nei menu scolastici, qualcosa che sfugge alla comprensione dei più e che lascia supporre un disegno più ampio, diretto a condizionare le giovani generazioni, abituandole alla deprivazione di uno dei più entusiasmanti piaceri della vita: il buon cibo.
Nel buon cibo c’è un contatto emotivo tra chi cucina e chi mangia, un nutrimento che non riguarda solo il corpo, ma anche quella parte dell’anima che si raggiunge attraverso i sensi, quindi queste povere creature vengono educate all’anaffettività gastronomica. 
Forse qualcuno ha previsto che ci attenderanno terribili carestie, quindi meglio prepararsi subito a farsi piacere gli arbusti, le bacche e, in mancanza di selvaggina, la plastica degli imballi (quest’ultima soluzione sarebbe tra l’altro interessantissima, perché garantirebbe anche lo smaltimento di una buona parte dei nostri rifiuti).
E’ vero che una certa dose di responsabilità ce l’ha la cucina, visto che gli stessi piatti, cucinati bene, o anche solo cucinati nel senso autentico del termine, potrebbero forse risultare commestibili. 
Si deve quindi anche considerare il problema dalla prospettiva della realizzazione dei manicaretti, ma indubbiamente è sull’ideazione del menu e sulle direttive impartite per metterlo in pratica che si concentra l’aspetto più scabroso.
Quale mente perversa può partorire, infatti, un trionfo degli amidi come quello proposto con la fatale accoppiata riso/fagioli? 
Giovedì già nell’immediato dopo pranzo abbiamo avuto i primi caduti sul campo, due bambini che hanno detto di avere mal di pancia e si sono fatti venire a prendere dai genitori. 
Verso le tre del pomeriggio è stato uno stillicidio di: “Maestra, posso andare in bagno?”, proprio mentre tentavo di spiegare alla classe le splendide flessioni per genere e numero dei nomi. Quando rientravano in classe, però, i piccoli sembravano  non solo alleggeriti, ma persino più interessati alla materia.
Mi domando ogni volta che tipo di donna possa essere la dietista, quella che immagina, per un martedì a caso, un pranzo che prevede come primo la pizza e come secondo prosciutto cotto e patate. 
La pizza, per dirla tutta, è un rettangolo di gommapiuma sul quale è stesa un’ipotesi di pomodoro, disseminato qua e là da chiazze di mozzarella secca: ai bambini piace da pazzi, il che mi dimostra che il piano sta riuscendo alla perfezione e non distinguono più né i sapori, né le consistenze.
Per fortuna la pizza è così ambita dai vari plessi, che solo un paio di scuole al mese rientrano tra le fortunate che se la aggiudicano e, a quanto pare, a noi capita assai di rado perché siamo il plesso che inoltra il maggior numero di lamentele, spesso condite con feroce sarcasmo.
I reclami non sono un nostro divertimento, però, ma un atto di denuncia che la nostra etica impone.
Vogliamo parlare, per esempio, dei tortiglioni con ragù di verdure, eufemismo che maschera una poltiglia adesiva violetta di non identificati vegetali? O delle polpette fritte al forno, ossimoro culinario dall’impanatura in truciolato? 
Ogni tanto, sul menu compare il miraggio di poter avere per pranzo le lasagne, sempre però indicate con una possibile alternativa nel caso non dovessimo essere sorteggiati per questo prestigioso premio. 
Lasciamo stare che non posso immaginare le lasagne della mensa se non come un esempio di eresia, la sola parola però ci illude e si rivela uno scherzo di cattivo gusto, visto che ci viene servita sempre l’alternativa, che di solito è rappresentata da tagliatelle al ragù di bovino, la cui carne, macinata grossolanamente, sembra possedere la straordinaria qualità organolettica di aggregarsi in pochi bocconi di discrete dimensioni e singolare compattezza, ma di non condire affatto.
Talvolta ci vengono proposti formaggi, soprattutto stracchini e ricottine in confezioni monoporzione. Peccato però che le confezioni non si riescano ad aprire. Duecentocinquanta bambini affamati, vocianti come una curva dello stadio, e altrettante confezioni di formaggino che non si aprono: è un momento agghiacciante. Quando vediamo che per secondo c’è la ricottina, siamo pronti al peggio. Ogni volta che viene aperta, del resto, ci fa rimpiangere di non aver desistito dal farlo.
É singolare poi notare come nel nostro menu vi sia un’evidente discrepanza tra significanti e significati: se infatti il nome della portata potrebbe evocare immagini mentali che si riferiscono alla nostra esperienza, o alle nostre conoscenze, la realtà smentisce sempre ogni aspettativa. Pare che vi sia totale mancanza di un codice alimentare comune tra noi, la dietista e le cucine. 
Che si tratti della vaghezza con cui i piatti vengono descritti, o che la causa sia  da imputare all’imprecisa realizzazione degli stessi poco importa, resta il fatto che solo nel caso delle minestre di legumi -unici cibi discreti che ci vengono serviti- esiste una coincidenza tra il nome, l’idea e la realtà.
La nostra dietista tuttavia, con la connivenza della cucina, esprime tutta la sua indole sadica con le verdure. 
Se escludiamo i brevi periodi dell’anno scolastico in cui abbiamo a disposizione i fagiolini, che peraltro ci vengono propinati bolliti fino alla depressione e deliberatamente sconditi, è previsto l’uso unicamente di alcune declinazioni di cavolo e insalata, talvolta anche insieme, di patate - servite solide, liquide o anche gassose- di fagioli e, soprattutto, del piatto principe di tutto il nostro menu: le carote filanger.
Ci vengono somministrate almeno due volte la settimana, e già alla fine di ottobre non ne possiamo più. 
È vero che fanno bene alla vista e che a giugno saremo tutti pronti per una favolosa abbronzatura, ma il rischio di andare in overdose da carote è reale.
Come inizia l’anno scolastico, a me viene la gastrite, che mi passa durante le vacanze di Natale e si ripresenta puntuale al rientro. 
Mi rendo conto benissimo che portare a scuola un salame e farmi un panino mentre i piccoli hanno davanti un piatto di filanger sia diseducativo, oltre che crudele, quindi sono con le spalle al muro. Potrei mangiare a casa verso le undici e mezza di mattina, ma anche non mangiare mai con loro è diseducativo.
Protestare non serve, mandare avanti i genitori nemmeno, non resta quindi che mandare giù il boccone indigesto -nel senso letterale- e resistere, resistere, resistere: in fondo mi mancano solo quattordici anni alla pensione.

<Trattandosi di opera di fantasia, ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale>

Grazie a Silvia, la mia adorata collega, che mi ha suggerito il titolo.



domenica 6 gennaio 2013

Il sottile erotismo delle lasagne


Qualche tempo fa ero a pranzo con un amico che mi raccontava di una sua conoscenza, avvezza a pratiche erotiche piuttosto bizzarre. 
Confidenza per confidenza ci siamo messi a parlare di tutte le stranezze che avevamo sentito in merito, in un crescendo di comune stupore.
Entrambi abbiamo convenuto di non avere l’interfaccia per certe cose, nel senso che non ci sarebbero venute in mente neanche pensandoci, e già facevamo fatica a crederle possibili persino quando ce le avevano raccontate le persone direttamente coinvolte.
Sia ben chiaro che nella nostra conclusione non c’era alcun giudizio, e non si può certo dire che fossimo, allora come ora, dei bacchettoni.
Eravamo solo abbastanza sconcertati, per il solo fatto di avere una visione del sesso e dell’erotismo piuttosto distante da certi vezzi strani. 
Più semplice, ecco.
Per cercare di spiegarcelo l’un l’altro siamo dovuti ricorrere a similitudini, e visto che avevamo davanti una terrina di sugo di carne nel quale inzuppare dei crostini di pane, e un tagliere di culatello di Zibello, a me è venuto in mente che la cosa che più mi ricorda il sesso-  quello fatto bene- sono le lasagne.
Parlo di quelle bolognesi originali, non le variazioni sul tema in chiave vegetariana, che sono new age come iscriversi a un corso di tantra.



Le lasagne bolognesi sono erotiche già concettualmente.
Giacciono orizzontali, comodamente adagiate in una teglia, senza le pretese acrobatiche dei timballi, prive della vocazione all’ammucchiata degli sformati, lontane dalla frigida eleganza monoporzione dei tortini.
Nascono da una fusione tra due elementi chiave, la pasta e il ragù, cementati dall’attrazione, rappresentata dalla besciamella.
A differenza di ogni altra pasta, ripiena o meno, nella lasagna la pasta e il condimento non sono più separate dal dualismo io-tu, ma diventano un sublime “noi”, pur mantenendo la loro identità.
Questa fusione rappresenta la natura stessa della lasagna, esiste solo quando strato su strato si crea la perfetta unione, quando gli ingredienti si integrano, agiscono l’uno in funzione dell’altro.
Il ragù, sanguigno e carnale, accarezza la pasta, accogliente e morbida. La sua natura di maschio si stempera nel velluto della besciamella, che lo addolcisce, lo rende delicato, generoso, attento.
La pasta, dal canto suo, si corica in attesa e si lascia sommergere, pronta a stringere nell’abbraccio dei suoi larghi drappi quel sugo profumato, e a esserne permeata.
E prima di tutto questo, ciascuno dei due si prepara all’incontro.
Lui stufandosi per ore fino a trovare il giusto vigore: non la mollezza di chi frequenta la consistenza spugnosa di una polenta, ma neppure la rigidità di chi ha a che fare con le fluttuanti tagliatelle, mutevoli per forma e umore.
Lei, figlia della terra, impastata fino a esaltarne la natura femminina frutto di grano e uova, si immerge tutta intera in un bagno bollente per divenire più arrendevole.
Ancora non si sono incontrati, ma già sono attratti l’uno dall’altro, poiché si riconoscono dai profumi che cominciano a impregnare l’aria calda della cucina.
Si danno appuntamento in una teglia, dove lei si stende lasciva e ammicca, lanciando tacitamente un invito che lui accetta, gonfio di desiderio.
Ed è qui che interviene la magia, la scintilla che da sempre ha originato quanto di più bello e naturale possa accadere tra due elementi, siano essi diversi, o della stessa natura.
Nelle lasagne questo incanto avviene per opera della besciamella, entità che appartiene sia alla pasta, sia al ragù, crema delicata che non vive mai di vita propria, che esiste solo quando tra due ingredienti la pulsione a unirsi è così forte.
La besciamella compie il miracolo, li vincola, li armonizza, li induce a tenersi stretti già da questi momenti preliminari, li invita a cercarsi e a scoprirsi mentre insieme affrontano il lento ed estenuante calore del forno.
Quando ne escono, dopo ore, pasta e ragù sono trasfigurati, ma uniti per sempre. 
Si lasciano deporre su un piatto, avvinghiati in un abbraccio sensuale.
Sale un ricciolo di fumo profumato: è un aroma voluttuoso che lascia intuire la passionalità dell’amplesso, che ancora si protrae finché la forchetta non affonda, con il fianco, attraverso gli strati che si lasciano tagliare come burro, sfiniti.
E in quel momento, con impudicizia, la besciamella cola. 
Calda, densa, fluida.

L’esperienza delle lasagne bolognesi, se sono fatte bene, sublima la fantasia.
Non c’è bisogno di mistificazioni da nouvelle cuisine, di sperimentalismi da chef, di ricerca di gusti esotici, o di sapori forti.

No, decisamente: lasagne, solo semplici, gioiose lasagne.



domenica 30 dicembre 2012

L'armadio delle meraviglie


Quando la nonna cucinava si sentiva un odore meraviglioso che si spandeva per le scale.
Ho abitato di fronte a lei per anni, quindi era facile suonare, entrare in cucina e rubare una polpetta prima che arrivasse nel piatto da portata. Erano irripetibili quelle polpette, tra gli ingredienti c'era un pezzettino di lei che solo lei possedeva. 
Lei si muoveva come danzando, con movimenti armoniosi e incantevoli che l’esperienza aveva reso naturali, e sapeva sempre quale piatto era il preferito di ciascun nipote. 
Io amavo la zuppa inglese, un trionfo colorato di crema pasticciera, budino al cioccolato e pan di Spagna imbevuto di liquore.
Poi giocavamo a sbarazzino e all’inizio mi faceva vincere, ma crescendo non ce n’è stato più bisogno.
La nonna era odore, soprattutto, e tatto di quella pelle morbida e chiara che sapeva di pulito, di buono, di onesto. Era curiosa la nonna, e possedeva una dignità che non ho mai più visto in nessun altro al mondo. 
Ma era soprattutto odore, e piacere dei sensi ogni volta che mi abbracciava.
Era odore anche il nonno, che ho perso troppo presto per potermi ricordare altro: sapeva di brillantina nei baffi e quando mi teneva sulle ginocchia mi sentivo rassicurata. 
Aveva gli occhi buoni e mi amava moltissimo. Forse perché ero la prima nipotina, quella che aveva addormentato correndo lungo il corridoio mentre cantava l’inno dei bersaglieri. 
Mi faceva fare tutte le foto possibili dagli ambulanti che passavano per strada. Ne ho su draghi di cartapesta, con caprette, pagliacci, piccioni e palloncini. Per lui ero bellissima, anche se non lo ero.
Gli odori…e quel piacere profondo che si prova quando si sente l’amore di una persona.
L’altra nonna mi ha insegnato a leggere e a scrivere a quattro anni, mi dettava le parole da inserire negli schemi di enigmistica, e si arrabbiava moltissimo perché non contavo le caselle, ma io le parole le vedevo, sapevo che erano giuste. 
Mi aveva insegnato a porgere con grazia il vassoio delle sue meravigliose praline agli ospiti, a salutare facendo un piccolo inchino, a camminare a testa alta e a stare composta a tavola. 
Nel mio abitino col nido d’ape, con i riccioli raccolti sulla testa, certi gesti sono diventati parte di me e ancora oggi, quando sono come al solito altrove, un piccolo accenno di inchino mi sfugge. La nonna era classe, intelligenza, cultura.
E poi il nonno, il patriarca, quello che si era arruolato volontario nella Grande Guerra come alpino.
Si faceva radere solo dal barbiere e si è sempre seduto a tavola vestito di tutto punto per rispetto a sua moglie che aveva cucinato. Aveva un senso della giustizia che stupiva e talvolta ci faceva sorridere. Organizzava ogni anno una riffa tra i quattro figli, con altrettanti “lotti” di ricordi di famiglia: pizzi ricamati dalla bisnonna, dipinti, strenne della sorella in via di beatificazione, ricordi di guerra. 
Per non favorire nessuno, un nipotino a turno estraeva l’ordine secondo il quale i figli avrebbero successivamente estratto il loro lotto. 
In quei pacchi si nascondevano tracce della nostra storia. 
Il nonno aveva un armadio delle meraviglie, nel quale teneva sotto chiave i ricordi più preziosi. In quelle occasioni lo apriva e ce ne mostrava il contenuto, ma mai tutto…qualche oggetto ogni volta, ciascuno con una storia bellissima e lontana, tanto più bella quanto più era vera e parlava di persone che erano in parte dentro di noi. Ricordo la curiosità, lo stupore, anche nel riascoltare racconti già sentiti.
Questo è stato il mio pieno di bellezza, quello che è venuto prima di Omero, della musica, dell’amore di un uomo e di tutti i cerchi che si sono allargati sul mio tronco, lasciando intatta, per fortuna, anche la bambina curiosa e stupita, che ha imparato ad annusare, a toccare, a guardare, ad assaggiare e ad ascoltare.



Mi dicono che ho un carattere difficile, ma forse è solo perché ce l’ho.
Forse ho imparato a conservare in un armadio delle meraviglie i miei ricordi preziosi e non temo la malinconia. 
Ho un carattere difficile, lo so, ma non mi piace gridare, trovo inutile la scortesia, penso sempre che anche le verità più dure possano essere presentate in bel modo. 
Difficile perché amo la chiarezza, perché l’integrità delle persone che mi hanno riempito la vita quando ero piccina ha gettato fondamenta indistruttibili. 
Quando il nonno apriva il suo armadio delle meraviglie potevo solo dire cosa avrei fatto da grande, ma non sapevo neppure cosa volesse dire essere grande.
Poi la vita gioca con i nostri destini a volte in modo crudele e da grandi sembriamo molto diversi dai bambini stupiti che siamo stati.
Eppure quella bambina c’è, ogni tanto vorrebbe mollare e smettere di cercare ancora quel guizzo di stupore, ma poi i nonni ritornano, in ogni gesto, nei rituali, nei pensieri, nello sguardo con cui osservo il mondo e allora ricomincio a credere che sia possibile.
Possibile ora, da grande, adesso che sento bisogno e voglia di quiete, trovare qualcuno che abbia voglia di aprire il mio armadio delle meraviglie, abbia la pazienza di ascoltarmi, ben sapendo che non aspetto altro che aprire il suo armadio delle meraviglie e ascoltare la storia di ogni minimo momento importante della sua vita.
Occorre solo avere un po’ di tempo per fermarsi e stupirsi ancora.



sabato 29 dicembre 2012

Brasato


Non è che lo faccio spesso, il brasato.
Anzitutto è un piatto molto costoso, in secondo luogo è facile, ma brigoso.
Questa volta però ne avevo davvero voglia e il macellaio mi ha preparato un pezzo di manzo da un chilo e mezzo che era spettacolare anche crudo.
L’ho messo a macerare con tutte le spezie, immerso nel vino, che non era Barolo.
Certo, se non si è chef, basta un vino simile, bisogna solo avere l’accortezza di farlo bollire due minuti prima di usarlo. Dopo due minuti di bollitura tutti i vini diventano più o meno uguali, se non si è chef.
Poi l’ho coperto e l’ho lasciato riposare.
Ogni tanto andavo a girarlo e a parlargli. Lo osservavo per capire se davvero si stava frollando, o se fingeva.
Un giorno intero così, ventiquattro ore.
Al momento della cottura lui era esausto, io tesissima.
Far rosolare un pezzo simile richiede grazia e massima attenzione: la crosticina deve essere uniforme, non troppo spessa, non troppo dura, e se in un piccolo punto diventa troppo scura l’incanto si spezza.
Per sicurezza, sul fondo della casseruola ho abbondato con olio e burro, che poi ho fatto sgocciolare fino ad eliminarli quasi del tutto, perché non restasse troppo grasso oltre a quello del lardo di Colonnata destinato a sciogliersi durante la brasatura.
Poi è iniziata la maratona del fuoco lento, quella che già dopo un’ora impregna la casa di un aroma spesso, lievemente alcolico, invernale e antico.
Ogni quarto d’ora provvedevo a girarlo, mantenendolo sempre umido e allungando il sugo di cottura con il brodo. No, non il brodo granulare: quello della pentola, quello di cappone, polpa, doppione e coda, per intenderci.
Altre tre ore così, sul filo della tenuta nervosa, rischiando grosso con la pentola di coccio, che è generosa e accogliente, ma suscettibile al fuoco troppo vivace. 
Pentola di coccio, sottopentola di ghisa, brasato che bolle per tre ore: sto invecchiando, davvero.






Infine, l’ultimo passaggio.
Ho raccolto la carne, perfettamente uniforme e l’ho deposta su un piatto da portata. 
Non è un caso che fosse una porcellana degli anni Trenta.
Poi ho preso il passaverdure. Quello manuale, quello con le rotelle.
Ho macinato, verificato la consistenza del sugo, aggiunto un cucchiaio di maizena e, già che c’ero, le verdure della pentola del brodo, in modo da farne una crema.
Ora la carne andava tagliata, sottile, senza romperla.
Il mal di schiena condiziona da giorni la mia mobilità, ma ho stretto i denti in questa impresa che ormai era diventata eroica: ho combattuto le fitte fino all’ultimo, tenendo ferma la carne con la mano, in modo che si sentisse rassicurata dal contatto.
Mi è riuscito tutto, come in stato di grazia.
Le fettine sono state deposte nuovamente nella terrina di coccio, coperte dalla crema.
E’ restato così una notte.
Ha ripreso una cottura lentissima mezzora prima di essere servito, solo per scaldarsi.
Ho aggiunto l’ultimo mestolo di brodo ed ho lasciato che andasse.
“Io ho fatto il possibile”- ho pensato- “ il resto è karma.” 
Quando l’ho servito in tavola, accompagnato dal suo purè, un po’ tremavo.
Si è sciolto in bocca, memorabile, commovente, semplicemente perfetto.
Un equilibrio di aromi che aveva del miracolo, tutti distinguibili all’olfatto, tutti armonizzati al gusto, tutti ammorbiditi al tatto, tutti amalgamati alla vista in una densa crema rossa nella quale permaneva il vago ricordo del vino.
Non parlava, peccato.
Meraviglioso, il mio brasato è venuto meraviglioso.
Come si cambia però, con il tempo: una volta potevo frollare per tre giorni un manzo di novanta chili, ora raggiungo la perfezione  con un chilo e mezzo di manzo.






venerdì 28 dicembre 2012

Di cibo

Non penserete mica che io intenda postare ricette?
Quelle, al massimo, le divulgo a una stretta cerchia di amici intimi che certamente non le inflazioneranno. 
Se dovessi mai rendere pubbliche le ricette di certe mie specialità, farei come la mia nonna paterna, gran signora borghese abituata a ricevere in salotto: le trasmetterei sbagliate.
Non sbagliate in modo grossolano, ma semplicemente tralasciando qualche piccolo dettaglio in modo da non farle riuscire allo stesso modo, ma non così male da far sospettare di me.
E dire che quando cucino non sono affatto animata dallo spirito del grande chef, non me ne frega niente della ricerca, dell'innovazione, o di travestire da Monna Lisa una carota, deponendola con il suo enigmatico sorriso su un desolato paesaggio di creme di rafano e lacrime di aceto balsamico.
Io cucino quello che amo mangiare, cibi molto tradizionali, spesso semplici, se non poveri.
Se mi chiedete di scegliere tra un ristorante a tante stelle e una trattoria, scelgo la seconda, perché non amo i francesismi nel piatto e non so resistere al friggione.
Amo cucinare perché sono golosa e mi piace vedere mangiare le persone che amo.
Cucino perché sono una creativa dispersiva e sensuale, perché se penso alla bellezza di una donna, vedo la mia nonna materna che frigge i crescioni romagnoli, o la mamma che a mezzogiorno e mezzo tira la sfoglia per le tagliatelle che mangeremo all'una.
Cucino perché mentre lo faccio loro sono lì, con me, anche se non ci sono più da tanto tempo.
E quando porto in tavola qualcosa di buono, sto in ansia, come le nonne e la mamma, e aspetto i complimenti, o di vedere dei sorrisi.
Cucino e mangio, di gusto.
Perciò di cibo, di gusto e di gioia.